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CONTRAFFAZIONE

Parlare di questo fenomeno oggi, significa allargare lo spettro di analisi ad una serie di temi e problemi vastissimi: economici in primo luogo, ma anche sociali, legali, fiscali,ed etici in particolare.

Ciò significherebbe dilungarsi a parlare un po’ di tante cose.
Basti pensare alle ultime evidenze che, a livello mondiale, ci ha fornito l’indagine Trade in Counterfeit and Pirated Goods Mapping the Economic Impact dell’Aprile 2016, realizzata dall’OCSE unitamente all’EUIPO, il nuovo nome dell’Ufficio UE per la tutela della Proprietà Intellettuale.

I dati, come c’era da aspettarsi, sono alquanto allarmanti sul piano economico-sociale. Vi si segnala infatti come nel 2013 il controvalore e dei prodotti contraffatti o piratati abbia rappresentato ca. 461 Miliardi di $, il 2,5% del commercio mondiale.

Si tratta di una stima attendibile ma per difetto - in quanto desunta dalle evidenze statistiche dei controlli e dei sequestri eseguiti dalle autorità doganali a livello mondiale, e che pertanto non tiene in conto delle produzioni di contraffatto realizzate e vendute all’interno di singole nazioni.

Inoltre il trend è in decisa crescita, dato che una analoga ricerca dell’OCSE aveva stimato tale valore per il 2008 come pari all’1,9% dell’import mondiale, per un controvalore di 200 Miliardi di $.

L’altro elemento interessante della indagine in parola è la dimostrazione che non solo i prodotti di lusso o dell’abbigliamento sono oggetto di contraffazione, estendendosi oggi tale fenomeno anche ai prodotti di consumo alimentare corrente e quotidiano: citando dall’indagine “There are even records of seized counterfeit (trademark infringing) fresh strawberries, bananas, cinnamon or coconut oil” - ma anche a produzioni che avremmo immaginato come molto inconsuete al riguardo: i pesticidi.

Per quanto attiene ai marchi vittima della contraffazione, è emerso che non si tratta di marchi dei soli paesi industrializzati occidentali – in particolare USA, Italia, Francia, Svizzera, Giappone, Germania, UK - poiché anche quelli dei produttori cinesi cominciano ad essere presi di mira.

Ma, per fornire evidenza sintetica della gravità del fenomeno in tutte le sue sfaccettature, soffermiamoci allora ad alcune semplici considerazioni, limitandoci ad osservare il nostro paese:

  1. a)Chi compra consapevolmente un prodotto contraffatto si aspetta di ritrarne fondamentalmente il beneficio di pagare di meno. Supponiamo che sia mediamente pari ad X% del prezzo di un prodotto non contraffatto l’importo del risparmio che costui riesce ad ottenere con tale acquisto. Nella realtà egli non considera, però, i seguenti elevati costi: B1) per se stesso e, B2) per la comunità economica in cui vive.

B1):

  1. L’impossibilità di far valere appieno i propri diritti di consumatore – e di recesso in particolare - qualora il prodotto non risulti funzionante, ovvero risulti privo di molti degli standard di funzionalità attesi dall’originale;
  2. La probabile minore durata di vita un prodotto contraffatto appartenente appunto alla categoria dei cosiddetti “durevoli” e la mancanza di assistenza post-vendita in molti casi;
  3. I costi connessi con la cura di eventuali danni alla salute, talora prodotti da farmaci o cosmetici contraffatti, ovvero da capi di abbigliamento trattati con sostanze tossiche - o comunque nocive per il nostro organismo - nell’immediato o nel medio periodo;
  4. - Il rischio che il giocattolo, o altro prodotto contraffatto in uso presso minori, non sia conforme a salutari dettami di natura costruttiva, recepiti dagli standard legislativi nazionali o UE, che ne impediscono un utilizzo pericoloso per la salute, sia del minore che dei compagni di gioco.

B2):

  1. Qualora si supponesse che nel nostro paese tutta la spesa in prodotti contraffatti venisse rivolta su prodotti originali, gli effetti macroeconomici, sia diretti che indiretti, sono stati stimati dal Censis con riferimento al 2010 e sono contenuti nell’indagine del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) dal titolo: “Dimensioni, Caratteristiche e Approfondimenti sulla Contraffazione” – Rapporto Finale. Ebbene in tal caso è stato stimato econometricamente che, se fossero stati venduti prodotti ufficiali al posto dei contraffatti, si sarebbero generati 13,7 miliardi di Euro di produzione aggiuntiva, cui corrispondono 5,5 miliardi di valore aggiunto - pari allo 0,35% del PIL 2010 - 4,2 miliardi di importazioni e 110.000 unità di nuova occupazione, pari allo 0,41% dell’occupazione complessiva.

Ancorchè sia verosimile assumere che si tratti di stime per eccesso, perché il consumatore non avrebbe più disponibile per intero l’importo della minore spesa, dovendo comprare gli stessi prodotti a prezzi maggiori, e perché nel calcolo del PIL nazionale viene comunque inserita una stima dell’impatto dell’economia informale, bisogna pur tuttavia riconoscere che siamo di fronte a dati molto significativi del negativo effetto macroeconomico associabile all’ acquisto di prodotti contraffatti.

Da considerare, peraltro, che in presenza invece di un comportamento di acquisto virtuoso, il maggiore aumento del PIL che si genererebbe impatterebbe positivamente sul rapporto – ormai noto a tutti per le implicazioni di Maastricht: deficit/PIL.
A pensarci bene, inoltre, sul numeratore di tale rapporto influiscono negativamente anche le minori entrate fiscali (imposte dirette ed indirette) generate dall’acquisto dei beni contraffatti e che, stanti le ipotesi suindicate, sarebbero state invece pagate regolarmente dalle imprese italiane che avessero fabbricato i prodotti originali in sostituzione dei contraffatti.
Per non parlare poi dei contributi sociali evasi, relativamente ai lavoratori attivi nei siti produttivi della contraffazione operanti illegalmente nel nostro paese.

Ma c’è da considerare poi che quella che possiamo allora definire sin d’ora come la filiera della contraffazione non si limita a generare solo gli effetti suindicati, in quanto produce reati e genera illegalità diffuse ascrivibili ad ambienti di lavoro malsani, a durate delle prestazioni lavorative imposte che talora rasentano imposizioni schiavistiche, oltre a condividere talora pericolosi collegamenti con ambienti malavitosi per l’utilizzo della contraffazione a fini di riciclaggio.
(Se pensiamo poi ai metodi di lavoro nei siti di contraffazione ubicati in paesi in via di sviluppo, non possiamo non riflettere amareggiati sul deplorevole ricorso al lavoro minorile che in tali nazioni viene praticato).

Infine rileviamo come il fenomeno presenti anche una forte connotazione di natura culturale, che caratterizza il comportamento di quanto non si peritano di commettere reati - anche diversi dalla contraffazione - come la pirateria, ovvero di tutti coloro che in Italia:

  1. non considerano reato violare il copyright e scaricare illegalmente films o musica, giustificando tale comportamento con l’assunto che gli elevati prezzi dei similari prodotti non contraffatti sono l’espressione di forme di monopolio industriale – ovvero di oligopoli commerciali – a loro avviso inammissibili quando si tratta di arte e cultura;
  2. che comprano borse ed accessori per l’abbigliamento dai Vu Cumprà o dai bancarellari che espongono prodotti griffati, gratificandosi con l’idea di contribuire in tal modo al sostegno economico di persone bisognose;
  3. che sono vittime del bisogno compulsivo di tenere sempre il passo con la moda griffata per ragioni di status symbol, imposte dal mantenimento di relazioni sociali/professionali per loro importanti, e che però si vedono quotidianamente costretti a fare i conti con la limitatezza del proprio budget .

Il panorama così descritto non può che definirsi desolante, se poi si aggiunge che statisticamente un italiano su 2 ha alimentato, o continua ad alimentare, la contraffazione.
E in tale quadro descrittivo non abbiamo inserito il fenomeno, altrettanto deleterio sul piano socio-economico, dell’Italian sounding, che penalizza all’estero le vendite dei nostri prodotti alimentari più noti con subdole modalità imitative, e con mancate vendite miliardarie ogni anno.

Noi – con questo sito interattivo - abbiamo preso l’impegno di dare spazio ed espressione ad ogni forma di lotta alla contraffazione ad ampio spettro.