Made in Italy e Italian Quality

18 gennaio 2014

Non si tratta di due concetti sempre equivalenti. E’ bene sottolineare questo aspetto perché da non molto è stato depositato al Senato il disegno di Legge DDL n 1061 “Istituzione del marchio Italian Quality per il rilancio del commercio estero e la tutela dei prodotti italiani”.

Si propone di istituire un marchio collettivo, di proprietà dello Stato italiano, volto alla identificazione di prodotti che presentano caratteristiche di eccellenza. Dovrebbe poi trattarsi di un marchio volontario, ovverosia concedibile - su richiesta dei singoli produttori italiani - a quelli che possiedano i requisiti necessari ad ottenerlo, e con costi interamente a carico dello stato.

La commendevole iniziativa dei 39 senatori estensori del disegno di legge si presta, però, ad una serie di osservazioni, concernenti in primo luogo la nozione di tutela del prodotto italiano.

Va sottolineato infatti, da questo punto di vista, che ciò che deve assumere rilevanza a fini giuridici è il nesso tra il prodotto e la nazione, Italia nel suo complesso, ovvero il collegamento con l’origine doganale, e non – come giustamente sottolineato nel DDL – quello con le caratteristiche produttive in astratto tipiche di un luogo di produzione (origine commerciale).

Al fine di attribuire una definizione univoca al significato di paese di origine, nel caso di merci fabbricate con prodotti provenienti da più paesi, il Regolamento UE 952/13 stabilisce che dette merci - nel caso di origine non preferenziale - dovranno essere considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale ed economicamente giustificata, effettuata presso un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione.

Ne deriva che importare camicette dall’estero per attaccarci solo bottoni e poi confezionarle già non dovrebbe consentire di qualificare come Made in Italy un tale prodotto, ai fini della stampigliatura di una eventuale etichetta di origine.

Ma questa analisi non si esaurisce in modo così semplicistico, per il fatto che l’azienda importatrice potrebbe avere ideato essa stessa il design esclusivo di tale capo di abbigliamento, oltre a possedere un importante brand commerciale che valorizza il design in termini commerciali. Per correttezza analitica, ed al fine di stimare quindi quanto differenziatamente importanti risultino le diverse fasi del processo di fabbricazione in Italia e all’estero, andrebbe considerata l’incidenza del valore aggiunto generato dall’insieme dei servizi impiegati in Italia per la fabbricazione del prodotto finito, rispetto a quella delle lavorazioni estere, e tenendo anche conto del fatto che non siamo in assoluto produttori di materie prime per prodotti tessili.

Un altro aspetto che merita ulteriori approfondimenti del disegno di legge è quello che sottende all’esigenza di tutelare la sicurezza del consumatore - e ad un tempo la qualità italiana - con un marchio differente dal Made in Italy che, citando dal relativo testo: “ potrebbe essere intesa sia come in senso doganale, sia come “marchio” nel senso di simbolo reputazionale agli occhi dei consumatori di tutto il mondo, anche se di nomenclatura doganale si tratta…” E più oltre, sempre citando: “In base all’interpretazione data dalla Corte di giustizia europea….i requisiti cui le normative nazionali assoggettano la concessione di denominazioni nazionali di qualità, a differenza di quanto accade per la denominazione di origine e le indicazioni di provenienza, possono riguardare solo le caratteristiche qualitative intrinseche dei prodotti, indipendentemente da qualsiasi considerazione relativa all’origine o alla provenienza geografica degli stessi”.

Pertanto, nella misura in cui il disegno di legge in parola giustifica l’istituzione di un “Marchio” Italian Quality al fine di assicurare un livello elevato di protezione dei consumatori ai sensi dell’art 153 del Trattato, si pone nel solco dell’ultima proposta di Regolamento della UE che (citando): “all’art 7…… prevede l’indicazione di origine obbligatoria e risponde alla necessità di individuare dove un prodotto è stato fabbricato ai fini della sua piena tracciabilità e, quindi, ad una maggiore responsabilizzazione di autorità di controllo e produttori. Per i beni prodotti in Europa l’impresa potrà scegliere se indicare genericamente ….piuttosto che ” (Ved. sotto: Etichette di Origine e Sicurezza)

E però bisognerà sempre fare i conti con l’interpretazione giuridica dei testi dei trattati se, come ancora indicato nello stesso disegno di legge, con decisione del 5/11/2002, la Corte di Giustizia dell’Unione europea aveva censurato la Repubblica Federale Tedesca per avere violato l’articolo 34 del Trattato con la concessione del Marchio: Qualità di Marca della Campagna Tedesca, in quanto il relativo messaggio pubblicitario – evidenziando la provenienza dalla Germania – poteva indurre i consumatori ad acquistare i prodotti con tale marchio rispetto a quelli importati….

Situazione analoga potrebbe ripersi a breve, quando fosse ammesso l’uso dell’espressione Made in Italy, una volta approvato il suindicato Regolamento. Potrebbero infatti rinvenirsi sui mercati nazionale ed estero due prodotti concorrenti. L’uno dotato di etichetta Made in Italy e del Marchio Italian Quality. L’altro con la sola etichetta – non avendo fatto richiesta del Marchio - e però dotato di un maggior grado di eccellenza qualitativa rispetto al primo. Va da se che l’informazione che il consumatore mediamente informato riceverebbe in tal caso potrebbe ingenerare comportamenti potenzialmente distorsivi della concorrenza, se non assimilabili, di fatto, a quelli di una pratica commerciale scorretta di cui all’art. 20 del Codice del Consumo, nella misura in cui risultasse idonea a fargli assumere una decisione di acquisto/non acquisto che non avrebbe altrimenti preso.

Per continuare poi sulla falsariga dell’enucleazione delle censure di natura giuridico-legislativa di fonte UE, si concorda anche con il dubbio, sollevato nel testo del disegno di legge, circa possibili censure da parte dei giudici comunitari, in tema di istituzione di un marchio collettivo di titolarità pubblica.

Per non incorrere in tali censure, le modalità di concessione del Marchio dovrebbero essere tali da potere misurare separatamente, sul piano commerciale, l’effetto economico attribuibile alla sola evidenziazione delle caratteristiche intrinseche dei prodotti da quello attributivo di valore qualitativo all’origine della materia prima o al luogo di trasformazione. Operazione molto difficile da perfezionarsi non solamente nel caso di prodotti agroalimentari, ma talora anche in quelli tessili.

All’art 2 del disegno di legge prevede poi l’autorizzazione dell’uso del marchio, da parte del MISE, alle società che dimostrano di potere realizzare i prodotti da etichettare in ottemperanza a criteri e condizioni così come indicate da un apposito disciplinare di settore da definirsi. E pertanto la portata realmente strategica di questo disegno di legge potrà emergere solo a seguito della definizione del disciplinare in parola. In mancanza di elementi sin da ora definitori del contenuto da attribuirsi alle espressioni >Italian Quality> ed è bene ricordare ad esempio che, nel settore abbigliamento, il ricorso a macchinari tecnologicamente avanzati come quelli elettronici, in quanto impedisce interventi artigianali sui dettagli, non consente per ciò stesso il raggiungimento di una eccellente qualità.

L’articolo 4 stabilisce inoltre che il MISE preveda mediante decreto un sistema di etichettatura adeguato a garantire l’originalità dei prodotti recanti il marchio Italian Quality. Ma, a fini di lotta alla contraffazione, sarebbe forse preferibile sostituire allora la parola “originalità” con “verifica dell’originalità”.

Infine (art. 3 e 6 ) sono previsti a carico del MISE sia i compiti di registrazione del marchio in sede comunitaria ed internazionale, che di segnalazione di indebito utilizzo del marchio, nonché di revoca dell’autorizzazione all’utilizzo dello stesso.

Nella prevedibile ipotesi di merce contraffatta e venduta all’estero, anche on-line, in violazione sia del marchio in parola – ed eventualmente anche del marchio dell’azienda italiana produttrice - sarebbe sicuramente opportuno, al fine di ridurre al minimo tempistiche e difficoltà di verifica e contestazione di tale tipo di reato, che il sistema di etichettatura - presumibilmente elettronica - previsto a tutela della originalità dall’articolo 4 del d.d.l., consentisse di verificare e comprovare ad un tempo entrambe le fattispecie di violazione di marchio.



ETICHETTE D’ORIGINE e SICUREZZA

Riflessi dell’annosa battaglia che gli stati del nord-europa (liberisti e importori di prodotti a basso costo da rivendere nella UE) hanno ingaggiato contro quelli mediterranei per allontanare nel tempo l’obbligo di etichettatura di origine Made, si ripresentano correntemente. Ora in sede UE si sta discutendo del Regolamento sulla Sicurezza dei consumatori, e il dibattito accesosi attorno all’art. 7 non ha prodotto infatti alcun consenso attorno all’esigenza di indicazione di origine dei prodotti di consumo, tranne che per le carni di pollo, capra, maiale e pecora. (Per la bovina tale obbligo già sussisteva).

Non solo, a tutto ciò si è aggiunto il fatto che nazioni quali la gran Bretagna reclamano addirittura un margine di libertà di etichettazione più ampio, ai sensi dell’art. 35 del regolamento 1169/2011, in modo da giustificare l’esigenza di inserimento di etichette colorate di avvertimento della salubrità degli alimenti in vendita. Tanto che il parmigiano reggiano e l’olio d’oliva, così come altri prodotti agroindustriali d’importazione, finiscono già per essere etichettati con i colori di prodotti che, se non dannosissimi per la salute, creano comunque obesità.