Novita’ in tema di etichettatura alimentare

12 dicembre 2016

- LATTE E FORMAGGI

Come già noto, alla mezzanotte del 14 Ottobre sono scaduti senza obiezione - da parte della UE - i tre mesi dalla notifica previsti dal Reg 1169/2001 per rispondere a Stati membri che intendono adottare una nuova normativa in materia di informazioni sugli alimenti. Il nostro Ministero per le politiche agricole aveva infatti da tempo emanato il Decreto che introduce l’obbligatorietà dell’origine per i prodotti lattiero-caseari.

Le importanti novità introdotte fanno riferimento all’obbligo di indicazione in etichetta dell’origine della materia prima, obbligo da adempiere adottando le seguenti diciture, che d’ora in avanti è bene ricordare quando si compra una confezione di latte:

- “Paese di mungitura: nome del Paese nel quale il latte è stato munto”

- “Paese di confezionamento: Paese in cui il prodotto è stato confezionato”

- “Paese di trasformazione: paese nel quale il latte è stato trasformato”

Quando il latte usato come ingrediente nella preparazione di prodotti lattiero caseari sia stato munto, trasformato e condizionato in un solo Paese, l’etichetta dovrà riportare la dicitura seguente: “origine del latte: nome del Paese”. Qualora, invece, ciascuna delle tre operazioni suindicate sia avvenuta in diversi Paesi membri, si dovrà allora specificare in etichetta: “latte munto in Paesi UE”, “latte condizionato in Paesi UE”, “latte trasformato in Paesi UE”.

Al riguardo ilfattoAlimentare del 29/10/2016 precisa che non è però richiesta nel caso di formaggi sfusi e preincartati, di latte e formaggi d’importazione, e di alimenti biologici quali DOP, IGP STG. In ogni caso, come rilevato dalla Coldiretti, con tale nuovo obbligo si contribuisce notevolmente ad eliminare l’inganno del falso Made in Italy, relativo a quella molteplicità di cartoni di latte a lunga conservazione prodotti all’estero. Lo stesso dicasi per le confezioni di mozzarella prodotta – magari con cagliata - chissà dove.(N1)

Va da se che non si tratta di un intervento a valenza direttamente anticontraffattiva, od anti Italian Sounding, ma è pur sempre vero che vantaggi potrebbero derivarne anche all’export del nostro Made in Italy, qualora una siffatta dicitura potesse essere riprodotta – in traduzione in base agli accordi commerciali tra Stati - anche sull’etichetta dei nostri prodotti lattiero-caseari esportati. (N2) Al riguardo giova infatti sottolineare che gli altri paesi UE (tranne la Francia) non sono toccati dal provvedimento in questione, tanto che sarebbe auspicabile che il provvedimento venisse invece esteso a tutti i paesi membri .

MIELE

Il benevolo atteggiamento riscontrato da parte della UE verso tale iniziativa di ampliamento delle informazioni da porre in etichetta denota una spiccata sensibilità a tali problematiche di difesa del consumatore, che trova riscontro anche in una sentenza della Corte di Giustizia della UE (CGUE) in tema di etichettatura del miele. La causa al riguardo era stata sollevata a seguito di una controversia tra la soc. Breitsamer und Ulrich GmbH & Co. KG e la Landeshauptstadt München (città di Monaco di Baviera, Germania) relativa all’obbligo di menzionare, su ciascuna delle porzioni singole di miele imballate in cartoni multipli forniti a collettività, il paese di origine di tale miele qualora le citate porzioni siano vendute separatamente o proposte al consumatore finale in abbinamento a piatti pronti venduti ad un prezzo forfettario.

La CGUE con sentenza C-113/15, nel giustificare l’obbligo di indicazione del paese di origine in ogni confezione singola di miele nelle confezioni monouso per una informazione corretta ed imparziale del consumatore, così si è espressa: “L’articolo 1, paragrafo 3, lettera b), della direttiva 2000/13/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 marzo 2000, relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti l’etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari, nonché la relativa pubblicità, deve essere interpretato nel senso che costituisce un «prodotto alimentare in imballaggio preconfezionato» ciascuna delle porzioni singole di miele che si presentano sotto forma di coppette chiuse da un coperchio in alluminio sigillato e che sono imballate in cartoni multipli forniti a collettività, qualora queste ultime vendano dette porzioni separatamente o le propongano al consumatore finale abbinate a pasti pronti venduti ad un prezzo forfettario.

A corollario di quanto suindicato, ci si consenta di spendere invece qualche parola sul contenuto informativo obbligatorio, da esplicitare ai sensi del ben noto Regolamento UE 1169/2011 relativo alla materia in parola, in relazione a:

- la leggibilità delle informazioni obbligatorie, dato che la dimensione minima dei loro caratteri in etichetta è stata fissata in 1,2 mm (tranne il caso delle confezioni di superficie inf. a 80 cm quadrati, per le quali la dimensione minima diventa di 0,9 mm)

- la dichiarazione nutrizionale, per la quale l’obbligo di presentazione in etichetta ha trovato applicazione solo recentemente, a partire dal 14.12.2016. Ancorchè le aziende produttrici abbiano spesso e volentieri anticipato la presentazione di tali indicazioni sulle etichette dei loro prodotti (N3). E ancorchè l’Allegato V del regolamento UE 1169/11, al punto 19 indichi quali siano gli alimenti ai quali non si applica l’obbligo della tabella nutrizionale; ovverosia “ gli alimenti, anche confezionati in maniera artigianale, forniti direttamente dal fabbricante di piccole quantità di prodotti al consumatore finale o a strutture locali di vendita al dettaglio che forniscono direttamente al consumatore finale (N41).

Gli art. 30 e seg. del citato regolamento stabiliscono inoltre che la dichiarazione nutrizionale deve indicare obbligatoriamente: il contenuto calorico (energia) – i carboidrati, con riferimento in particolare agli zuccheri – i grassi – i grassi saturi - il sale espresso come quantità per 100 grammi.

Per quanto riguarda gli allergeni si ricorda che qualsiasi ingrediente o coadiuvante che provochi allergie deve figurare nell’elenco degli ingredienti, con un chiaro riferimento alla denominazione della sostanza definita come tale. La normativa prescrive inoltre che l’allergene deve essere obbligatoriamente evidenziato ricorrendo ad un tipo di carattere distinto dagli altri per dimensione, stile o colore di sfondo (N5) .

Va da se che l’insieme di tali informazioni costituisce la base sulla quale le aziende, e non solo, creano i cosiddetti profili nutrizionali degli alimenti da loro prodotti, con campagne di MKT che spesso non disdegnano un capzioso ricorso a frasi, immagini, e indicazioni grafiche idonee a promuovere ipotetiche virtù nutritive o salutistiche di tali prodotti, ancorchè poco equilibrati dal punto di vista nutrizionale.

Stando a quanto riportato da ilfattoalimentare del 22.04.2016, l’Organizzazione Mondiale della sanità in Europa ha “elaborato un documento rivolto alle amministrazioni nazionali e sovranazionali, sulle modalità da seguire per elaborare i profili nutrizionali. Nella speranza di potere arginare i gravi problemi di sanità pubblica che si associano a diete squilibrate e stili di vita insalubri. Ma la commissione europea, nei quasi 10 anni trascorsi dall’emanazione del Regolamento “claims”, non ha adempiuto all’obbligo di realizzare questi fatidici profili. Il risultato è che oggi, come denunciato in un recente rapporto dell’ong Foodwatch, le etichette di centinaia di prodotti con caratteristiche nutrizionali squilibrate, ben lontane dai criteri stabiliti dal WHO Europe, accampano ipotetiche virtù salutari di alimenti.

Per non parlare poi del fatto che alcuni contenuti nutrizionali sono stati strumentalmente utilizzati all’estero (es. Gran Bretagna) per imbastire campagne informative a base delle cosiddette etichette semaforiche, utili più a discriminare prodotti d’importazione (con colori di pericolosità sui “calorici” formaggi italiani), piuttosto che a fornire una informazione completa ed imparziale per la tutela della salute del consumatore.

Mentre in Francia è stata richiesta con petizione popolare l’introduzione della etichetta nutrizionale a 5 colori.

(Per finire aggiungiamo ola notizia che il Governo italiano, secondo alcune informazioni di stampa, sembra abbia pensato ad una etichettatura di tracciabilità anche per i prodotti che vengono utilizzati per produrre il pane, la pasta e i prodotti da forno, con l’intenzione di concederla solo a quelli integralmente italiani, che possano fregiarsi del l’indicazione Made in italy. Tutto ciò in risposta alla cosiddetta “guerra del grano”, che ha causato una diminuzione del prezzo di tale cereale in Italia nei primi dieci mesi dell’anno di oltre il 40%).

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(N1) Ad onor del vero bisogna comunque riconoscere che in Italia già molti produttori di latte da anni indicano l’origine locale o regionale sulle confezioni del latte fresco di alta qualità.

(N2) Nel caso della carni fresche ovine, suine, caprine e dei volatili, si ricorda che l’obbligo della indicazione di origine è scattato già dall’aprile 2015.

(N3) Per una più completa indicazione del perimetro di applicazione di tale nuova normativa si suggerisce di leggere la news di Foodagriculturerequirements.com del 30/10/2016, in cui si precisa, ad esempio, come “La dichiarazione nutrizionale non è invece richiesta sui preincarti, né sui cartelli di vendita dei prodotti sfusi, né sui registri e menù dei pubblici esercizi”.

(N4) Per una definizione legale:

- dei soggetti economici esentati da tale obblico - identificabili con le microimprese (dipendenti < a 10 e fatturato o bilancio annuo < a 2 mio Euro) - si vedano la Circolare MISE del 16/11/2016 e l’articolo di Food and Agriculture requirements:

- degli specifici prodotti alimentari esentati dall’applicazione dell’etichetta, quali ad esempio: acque, sali, additivi, aromi, verdure surgelate, ecc, ved. L’allegato V al noto Regolamento UE 1169/11, e anche l'articolo de ilfattoalimentare.it

(N5) Qualora l’acquisto di prodotti alimentari sia effettuato on-line, la maggior parte delle informazioni obbligatorie indicate in etichetta deve essere fornita prima dell’acquisto.