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Verso una geopolitica dell’etichettatura degli alimenti

9 maggio 2017

1. Ci stiamo avviando verso un fai-da-te delle politiche nazionali in tema di etichettatura nutrizionale? Sembra proprio di si.

Questo il titolo di un post pubblicato il 22 marzo scorso sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), che plaude all’iniziativa del governo francese di raccomandare il ricorso alle tabelle Nutri-Score a 5 colori come guida del consumatore nella scelta dei prodotti alimentari in base al loro valore nutrizionale.

“France’s recent decision to recommend the Nutri-Score system, a straightforward labelling system that uses colour codes to guide consumers at a glance on the nutritional value of food products, marks an important achievement for nutrition in the WHO European Region. It will build on other ongoing efforts in the country to create healthy food environments.

Labelling systems to guide consumers to healthier options

The WHO European Food and Nutrition Action Plan 2015-2020 calls for countries to develop and implement front-of-pack labelling (FOPL) systems that are easy-to-understand and provide additional interpretation of nutritional information to consumers. By guiding consumers to healthier options and acting as an incentive for food operators to reformulate their products, labelling can contribute to improving the nutritional quality of diets. This is important in the context of the high burden of diet-related noncommunicable diseases and obesity across the European Region” (sottolineatura di redazione) .

Vediamo invece cosa sostiene il post pubblicato sul sito della Coldiretti:
“L’arrivo anche in Francia dell’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti mette a rischio 4,2 miliardi di euro di esportazioni Made in Italy nel paese transalpino, secondo partner commerciale del nostro Paese, e rappresenta una deriva preoccupante rispetto alla quale l’Ue deve ora intervenire. [...] Il provvedimento del paese transalpino segue l’adozione del sistema di informazione visiva, fuorviante discriminatorio ed incompleto, adottato in Gran Bretagna, che finisce per escludere paradossalmente dalla dieta alimenti sani e naturali che da secoli sono presenti sulle tavole per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta. In questo modo si mette in pericolo l’85% del Made in Italy a denominazione di origine (Dop) che la stessa Unione Europea dovrebbe invece tutelare e valorizzare. Ad essere bocciati dal semaforo rosso ci sono, infatti, tra gli altri le prime tre specialità italiane Dop più vendute in Italia e all’estero come il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano ed il prosciutto di Parma, ma si arriva addirittura a colpire anche l’extravergine di oliva, considerato il simbolo della dieta mediterranea. [...] L’etichetta semaforo indica con i bollini rosso, giallo o verde il contenuto di nutrienti critici per la salute come grassi, sali e zuccheri, ma non basandosi sulle quantità effettivamente consumate, bensì solo sulla generica presenza di un certo tipo di sostanze, porta a conclusioni fuorvianti arrivando a promuovere cibi spazzatura come le bevande gassate senza zucchero e a bocciare elisir di lunga vita come l’olio extravergine di oliva.” (grassetto di redazione)

Ancorchè in Francia l’applicazione di questo sistema semaforico a colori sia per ora su base volontaria, e stante il fatto che le stesse etichette dovrebbero poter bollare con il rosso anche i grassi formaggi francesi, il contesto da cui emergono tali situazioni rimarca ancora una volta la debolezza delle istituzioni comunitarie. Siffatti divaricanti approcci politici al tema dell’alimentazione all’interno del mercato unico che dovrebbe tutelare tutti i consumatori dall’applicazione di malcelate barriere tecnico-sanitarie, trovano infatti un unica giustificazione consistente nella volontà di fare prevalere, in uno Stato membro più che in un altro, la tutela della salute su quella della libertà di commercio. Va ricordato, infatti, che – sul piano dei conti pubblici e dell’analisi costi benefici applicata alla politica all’agrofood ed al settore sanitario – ogni Stato membro presenta esigenze diversificate da fare valere sul piano del perseguimento del proprio interesse nazionale.

Ma tutto ciò non toglie che una regolamentazione UE su tali aspetti sarebbe più che auspicabile., allo scopo di far si che ogni Stato adotti metodi adeguati, efficaci e – soprattutto - omogenei, così da evitare situazioni discriminatorie nei confronti in particolare di taluni prodotti di altri Stati membri, e anche dello stesso paese (N1). E dunque, visto che Bruxelles per l’adozione del Nutri-Score ha dato il via libera all'invio a Londra di una lettera di messa in mora, stante la gestione della Brexit in atto, come si comporterà ora con la Francia? E proprio su questo punto una iniziativa di diplomazia economica da parte del nostro paese sarebbe più che auspicabile, anzi necessaria. Ma è sul contrasto a fatti come questo, di grande rilevanza mediatica, che Bruxelles deve pensare di impegnarsi per risalire dalla diffusa disaffezione popolare che la riguarda.

2. Una diversa criticità sull’utilizzo del contenuto delle etichette riguarda invece più specificatamente il nostro paese. Trattasi dell’obbligo – in vigore dal 19 Aprile scorso – di riportare sulle confezioni di origine del latte e formaggi il luogo di origine e lavorazione.

Per la precisione va segnalato che le nuove norme di etichettatura emanate con il decreto si applicano solo ai prodotti contenuti nell’elenco allegato al decreto: latte, panna, yogurt, kefir, burro, formaggi e latticini, come mascarpone e ricotta. Inoltre deve trattarsi di latti alimentari diversi da quello fresco, come, ad esempio il latte Uht e il latte a sigla ESL (ovverosia Extended Shelf-Life), indipendentemente dal tipo di animale da cui sia stato munto (bufala, mucca, capra, pecora, ecc).

Ebbene, stando a quanto riportato sul post seguente di saperefood.it, secondo l’Associazione Italiana Lattiero Casearia (Assolatte) tale nuova normativa presenterebbe la criticità di potere indurre i consumatori a non comprare latte sulla cui etichetta non sia scritto “origine UE”. Mentre è notorio che il latte proveniente da un paese come la Svizzera presenta gli stessi livelli di sicurezza e salubrità del latte italiano.

Ancora, tali norme sminuirebbero il ruolo delle eccellenti aziende di trasformazione, italiane, dato che, comprensibilmente, è ilsaper fare a generare i buoni prodotti caseari del nostro Made in Italy, oltre che la materia prima basica.

Di più, la nuova etichettatura non si applica alle aziende di paesi UE che producono all’estero latte, yogurt, ecc, vendendoli però in Italia.

E, dunque, anche in tal caso emergerebbero delle peculiarità/condizionalità di natura giuridiche che prestano il fianco ad essere interpretate, seppure “a nostro favore”, ancora come una forma di velato protezionismo basato sulla viscerale attenzione/propensione (N2) del consumatore a fidarsi in tali casi preferibilmente del prodotto italiano, per di più ora che riporta in etichetta proprio questa dicitura di origine e lavorazione.

Poiché, però - questa volta - indicare nell’etichettatura dei prodotti l’origine delle materie prime da Bruxelles non è stato considerato come lesivo della concorrenza e della libera circolazione delle merci, al fine di evitare che una geopolitica degli interessi nazionali guidi la politica dell’agroindustria in Europa, sarebbe allora opportuno che la UE emanasse al riguardo norme regolamentari identiche per tutti gli Stati membri o, quantomeno, precise ed armonizzate linee-guida.


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(N1) In Italia il Decreto legislativo 7 Febbraio 2017 – richiamandosi alle disposizioni del Regolamento CE 1924/2006, introduce una serie di sanzioni per gli operatori del settore alimentare che violino la normativa in materia di indicazioni nutrizionali e sulla salute.

(N2) “Da un’indagine demoscopica commissionata da Ismea emerge che il 67% dei consumatori italiani intervistati si dichiara disposto a pagare dal 5 al 20% in più per un prodotto lattiero caseario che abbia chiara in etichetta la sua origine italiana.
9 ITALIANI SU 10 CHIEDONO TRASPARENZA NELL’INDICAZIONE D’ORIGINE DI LATTE E DERIVATI