La difficile difesa del Made in Italy enogastronomico

19 dicembre 2018

Il rischio corso con l’Organizzazione Mondiale della Sanità

Può essere considerato un buon risultato il successo delle azioni con le quali la diplomazia italiana è riuscita a sintetizzare in un “modificato” documento la posizione inizialmente presa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il nostro Made in era chiamato indirettamente in causa poiché il tema era quellodegli alimenti connessi alle malattie non trasmissibili, quali diabete ed altre. E’ molto importante essere riusciti ad evitare di classificare prodotti alimentari definibili come dannosi per la salute , in quanto non sono le diete non salutari che comportano l’assunzione di certi prodotti alimentari, quanto invece l’eccesso di consumo di alcuni ingredienti. Il notevole beneficio che ne consegue per le aziende produttrici del nostro Made In è quello che i prodotti alimentari a più elevato contenuto di grassi non verranno segnalati con sistemi di etichettatura a semaforo ( nutriscore francesi o traffic light inglesi) o con altre bollinature o scritte quando superano, per quantità di zucchero, sale o grassi, una certa soglia fissata dai tecnici OMS.

Informazioni di stampa segnalano, infatti, come le nostre esportazioni di olio extravergine di oliva in Cile siano state fortemente danneggiate dalla legge locale che obbliga ad esporre in bella vista, su prodotti con eccessivo contenuto di zucchero, grassi o sale un pericoloso “warning”. Tanto che, come qualcuno giustamente osserva, i prodotti oleari con grassi ritoccati prodotti dalle grandi multinazionali riescono a conformarsi ai parametri fissati dall’OMS cilena .

Va riconosciuto all’OMS di non avere ovviamente fatto riferimento ad alcun prodotto alimentare specifico, in quanto ha solo inteso fornire raccomandazioni e suggerimenti ai governi nazionali. Ma raccomandare di ridurre la quantità di tali ingredienti in quanto responsabili di malattie quali il diabete avrebbe significato due cose. Primo che un’ agenzia internazionale si può arrogare il diritto/dovere di imporre al consumatore anche diete e gusti, ovvero “il sapore per regolamento ”, mentre rimane compito delle imprese produttrici immettere sul mercato prodotti “di gusto” che non siano nocivi. Secondo che una via alternativa a quella del mangiare sano, potrebbe allora consistere nella cosiddetta chimicizzazione degli alimenti. Come già sottolineato da altri osservatori, questo significherebbe che alcune multinazionali – risparmiando sulle materie prime - potrebbero gestire con contenuti chimici quello che in realtà esiste nelle produzioni agroalimentari non nocive, se consumate nei giusti limiti.

-Il rischio corso sulla traduzione delle norme per l’etichettatura dei vini

E’ di poche settimane fa (Il Sole 24 Ore del 20/11/2018), la notizia che, nel processamento linguistico di documenti ufficiali della UE, si era creato un misunderstanding interpretativo in relazione ai vini varietali, ovverosia quelli non tutelati con Indicazioni Geografiche. Era successo che, nel corso della traduzione dal francese all’italiano della proposta di Regolamento sulla etichettatura dei vini, la parola “prodotto” fosse stata confusa con “trasformato”. Con la conseguenza che un vino ottenuto in Italia da un mosto di Chardonnay, Sauvignon, ecc, proveniente da un alto paese, poteva essere venduto come “vino Italiano”, in concorrenza con produzioni nostrane tutelate dello stesso vitigno. Per fortuna a questo errore di traduzione è stato rimediato in tempo, evitando pertanto di assistere a situazioni, se non di contraffazione, certo di sleale concorrenza.