L’aumento della percentuale di succo – dal 12 al 20% - nelle bevande a base di arancia: più benefico o più problematico?

1 luglio 2014

Ha suscitato non pochi commenti controversi l’approvazione, alla Camera, del disegno di legge che ha portato a tale incremento della percentuale di succo di arancia nelle aranciate al tre bevande a base di arancia. Si vedrà ora se sarà comunque confermato anche al Senato.
Ricordiamo che gli argomenti del contendere si concentrano soprattutto sul fatto che chi produce per la vendita in Italia è soggetto a tale nuova disposizione, mentre sia le bevande esportate, sia quelle importate, non risulterebbero soggette a tale vincolo del 20%.
Questo punto viene presentato all’attenzione dei lettori in quanto assume una valenza molto più estesa delle bevande a base di succo di arancia, in quanto generalizzabile a tutti i prodotti che vengono prodotti in ambito UE sulla base di normative "nazionali" che risultano comparativamente meno prescrittive di quella italiana. In tali casi, non potendo le normative estere essere modificate, e non potendo bloccare l’entrata delle prime in base al principio della libera circolazione delle merci, una soluzione costituzionalmente fondata andrebbe ricercata nell’equiparazione della percentuale di succo prevista in ambito nazionale con quella dei paesi esteri concorrenti, con disciplinari di produzione comparativamente meno prescrittivi ed onerosi.
E ciò anche in ossequio al principio di non discriminazione implicita tra imprese operanti sullo stesso mercato. Ma subito osta a tale impostazione il fatto che, in mancanza di una regolamentazione uniforme erga omnes derivante da un regolamento UE ad hoc sul contenuto del 20%, le "percentuali nazionali di succo" possono continuare a mantenersi anche al 12%.
In mancanza di una presa di posizione supportabile da ulteriori criteri economico-giuridici, ci limitiamo allora a definire i "pro" e i "contro" a tale nuova norma.
I "pro" a tale aumento di percentuale sono facilmente rinvenibili nel probabile maggiore utilizzo di arance italiane, che risulterebbero altrimenti invendute. Secondo una associazione di imprenditori agricoli un tale aumento % sarebbe sufficiente a "salvare oltre diecimila ettari di agrumeti italiani con una estensione equivalente a circa ventimila campi da calcio, situati soprattutto in regioni come la Sicilia e la Calabria".
Mentre non sembrano rinvenirsi particolari benefici sul piano organolettico o nutrizionale delle bevande con un 8% in più di succo di arancia.
I "contro" attengono – oltre a quanto già indicato – anche valutazioni di carattere squisitamente commerciale della nuova aranciata che verrebbe prodotta: vale a dire un gusto nuovo e diverso da imporre sul mercato rispetto a quello a cui il consumatore è già abituato, oltre all’aumento del costo di produzione della bevanda.
Infine, a chiosa di tutto ciò, viene anche da chiedersi come mai ci si ostini a volere dare risalto a questo specifico elemento della produzione di aranciate, dimenticandosi di invocare maggiori controlli sulla produzione. In modo da evitare – ad esempio - che neanche il 12% di succo sia contenuto in una aranciata, ovvero che ciò che viene pubblicizzato come succo da arance rosse, non sia invece il frutto della semplice aggiunta di colore rosso al succo d’arancia.