Made in Italy di ritorno (Reshoring): un tema di Intelligence Economica

5 luglio 2014

Si assiste, negli ultimi anni, ad un fenomeno che sembra in netto contrasto con i processi di delocalizzazione produttiva. Vale a dire che qualcuno dei tanti nostri imprenditori che hanno delocalizzato, ha deciso di fare ritorno (reshoring), ovvero di riavvicinarsi all’Italia (near-reshoring), abbandonando mete troppo esotiche o lontane, ed insediandosi in nazioni dell’est europeo già membre UE, o in via di adesione.
E la prima cosa che viene da chiedersi è se questo fenomeno, ancora agli albori, trovi riscontro nella politica di supporto al Made in Italy che l’attuale governo ha in corso di implementazione con l’emanazione di un apposito decreto. Non si tratta, infatti, in tal caso di assistere un investitore estero "a tutti gli effetti", indirizzandolo verso uno sportello unico per il disbrigo delle pratiche di investimento o di Tax Ruling, bensì di negoziare il suo ritorno a fronte, ad esempio, di forme di agevolazione, finanziaria o fiscale, se non linee di finanziamento ad hoc, che possano accelerare la realizzazione di una siffatta decisione favorendo il superamento di quel gap reddituale che ancora costituisse un ultimo elemento di dubbio. A tal fine lo schema agevolativo andrebbe proposto in funzione decrescente con il tempo di realizzazione del reshoring: più incentivi a chi delocalizza a ritroso nel minor tempo.
In tal senso andrebbero approvati a livello UE, e non solo nazionale dato che tale fenomeno riguarda anche altri importanti paesi dell’Unione, schemi di incentivazione che possano portare anche al superamento del livello del de minimis, inserendoli ad esempio nel contesto di quel corpus di nuove norme che dovrà regolare l’atteso industrial compact europeo.
A giustificare tale fenomeno di ritorno concorrono svariati fattori. E’ ormai noto che i bassi salari in vaste aree dell’Asia non sono poi così attrattivi come un tempo, in considerazione non solo dei ritmi di accrescimento che li hanno caratterizzati (Cina), ma anche del livello comparativo di maggiore produttività rilevabile nel confronto con un nostro lavoratore. E anche il costo della logistica è stato da molti imprenditori "rientrati" indicato come uno dei fattori esplicativi, in grado di fare superare appunto le diseconomie da costo del lavoro.
Inoltre, le rilevanti performance del nostri export tendono ad isolare i casi nei quali l’elevatezza dell’Euro rappresenta un insuperabile appesantimento di costo.
Rimangono naturalmente non rilocalizzabili a "reshoring" quegli investimenti fatti in un dato paese estero per soddisfare esclusivamente o quasi quel mercato.
Anche se, in produzioni nelle quali l’incidenza dei costi del trasporto è marginale e la fascia di consumatori da soddisfare è elevata - così da poter consentire prezzi idonei - reshoring o near-reshoring tornano ad essere praticabili.
Un esempio utile in tal senso è rinvenibile in politiche di incentivazione al reshoring già attuate in Gran Bretagna, con l’istituzione di un’agenzia ad hoc per il reshoring. Ma l’esperienza più eclatante che si può citare è quella messa in cantiere da Obama che, con un accorto mix di misure ad un tempo mediatiche e fiscali è riuscito a riportare nel territorio degli States intere filiere della meccanica ed a presentare all’opinione pubblica questi imprenditori come degli eroi nazionali.
Il tema politico sottostante si presta dunque ad essere esaminato e trattato in una ottica di Intelligence Economica, nella quale fare valere ad un tempo le esigenze connesse con:

  • il tanto declamato sostegno allo sviluppo economico del nostro paese, che ancora stenta a riprendersi dalla crisi;
  • le opportunità offerte dallo sviluppo del già richiamato programma settennale di reindustrializzazione UE (industrial compact) mirato a portare la percentuale della produzione manifatturiera europea dal 14 al 20%;
  • una nuova normativa-quadro che semplifichi in Italia gli iter autorizzativi d’insediamento industriale richiesti a vari livelli, eliminando parti delle storture burocratico-istituzionali che hanno sino ad oggi contribuito non poco al depauperamento industriale del nostro paese.
Per acquisire un quadro informativo d’insieme delle iniziative di ritorno si può consultare l’ interessante studio: Manufacturing reshoring: is it an opportunity for European companies? Evidences from the academic research. - Autore: Luciano Fratocchi – University of L’Aquila - Italy Bergamo – Reperibile su Intenet.
Dal quale emerge come negli ultimi 15 anni il nostro paese abbia registrato 79 operazioni di reshoring, di cui 28 dalla Cina, 22 dall’Europa dell’est e dalla Russia, 13 dal restanti paesi europei, una da ciascuna delle tre aree: Africa, Nord America, Sud America. La crisi e la relativa recessione hanno poi accelerato lo sviluppo di tale fenomeno in Italia. Dato che negli ultimi tre anni si è assistito a 11 casi nel 2012, 12 nel 2013 e a 4 nei primi mesi del 2014. Rientrano tra questi il gruppo Natuzzi e anche Ikea Italia, che ha preferito spostare la produzione di mobili in Italia, dall’Asia. Per non citare numerose aziende del tessile, del calzaturiero e dei comparti elettronico ed elettrotecnico.