Moda e abbigliamento e danni da prodotti copiati. Ma può anche essere un problema di Intelligence

18 luglio 2014

Se è vero che nel 2013 il consumatore ha acquistato inconsapevolmente almeno un capo contraffatto su 5 N1, cosa pensare dei milioni di capi ed oggetti di abbigliamento acquistati senza sapere che sono copie di originali inizialmente ideati e posti in vendita da produttori ben diversi da quello che risulta avere fabbricato il capo che si sta comprando.
Complice di tutto ciò è internet in massima parte, in quanto le piattaforme ed i siti web delle case produttrici risultano incolpevoli fornitori di un materiale visivo molto utile a ghiotti, quanto sconosciuti concorrenti, che approfittano di tali immagini per riprodurre, appunto, copie dei prodotti/capi in tal modo pubblicizzati. E per inviare poi a casa dell’acquirente che abbia invece visitato il loro sito, brutte copie di originali che presentano invece elementi di rifinitura e di qualità del tessuto e del design incomparabilmente superiori.
A riprova di ciò è sufficiente citare quanto in proposito detto nel corso di una intervista giornalistica da un noto produttore di scarpe del distretto romagnolo, allorché parla addirittura di uno scippo dei cataloghi on-line, senza disporre di armi di difesa ad hoc. Anche se talune griffe hanno cominciato ad adottare a tal fine criteri di selezione dei visitatori, sottoponendoli alla registrazione di molti e meticolosi dati identificativi, prima di concedere il consenso a visualizzare il catalogo on-line. Per quello che può servire….
Ma vi è anche un secondo canale disponibile ai “copiatori”. Trattasi dei file di design che hackers riescono a rubare, senza che il produttore-vittima neanche se ne accorga. Si tratta in poche parole del cosiddetto del cyber crime del lusso. Secondo una recente indagine di Clusit (Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica) le vittime predilette di tali forme di cyber crime sono le PMI italiane ad elevato valore aggiunto, che subiscono svariati tipi di danni, stimabili complessivamente, e a grandi linee, in svariati miliardi annui:

  • quello connesso al mancato profitto, dovuto alle vendite realizzate invece da terzi concorrenti che hanno acquistato i file dagli hackers
  • quello potenziale derivante dalla registrazione in altri paesi - quali design o modelli di utilità delle nuove collezioni - dei migliori capi delle nuove collezioni o di nuovi soluzioni tecniche
  • quello intrinsecamente connesso con l’azione di intrusione nell’apparato informatico della PMI visita che, se scoperta, non viene spesso denunciata.
Ma non tutto è perduto. Infatti molte PMI del nostro Made in Italy non sanno che un aiuto a migliorare le proprie difese dal cyber-crime può venire ancora una volta dal settore pubblico. Infatti, nella misura in cui la tutela di un asset strategico per l’interesse nazionale dell’Italia, rappresentato dai segreti industriali relativi in generale al business del Made in Italy, possa risultare a rischio, in tal modo minando la competitività – e quindi la sicurezza economica – del Paese, essa può divenire oggetto di intervento nell’ambito del Piano nazionale per la Protezione Cibernetica e la Sicurezza Informatica.
Trattasi di un piano operativo di interventi a breve termine del nostro sistema di sicurezza nazionale e di Intelligence (DIS), inserito nell’ambito del Quadro Strategico Nazionale per la Sicurezza dello Spazio Cibernetico. A tal fine è stata peraltro istituita l’apposita sezione: Aziende e Sicurezza (www.sicurezzanazionale.gov.it).
Si consideri al riguardo la legge sulla Sicurezza Nazionale n.124/2007, istitutiva delle due agenzie AISI e AISE, che - ai commi d-bis dell’articolo 3 per l’AISI, e 2 e 3 dell’Art 6 della legge per l’AISE - così recita testualmente:"
  • d-bis) sulla base delle direttive di cui all’articolo 1, comma 3-bis, nonché delle informazioni e dei rapporti di cui alla lettera c) del presente comma, (l’AISI) coordina le attività di ricerca informativa finalizzate a rafforzare la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionali.
  • 2. Spettano all’AISE inoltre le attività in materia di controproliferazione concernenti i materiali strategici, nonché le attività di informazione per la sicurezza, che si svolgono al di fuori del territorio nazionale, a protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia.
  • 3. È, altresì, compito dell’AISE individuare e contrastare al di fuori del territorio nazionale le attività di spionaggio dirette contro l’Italia e le attività volte a danneggiare gli interessi nazionali.



Si veda al riguardo l’articolo “Un acquisto su 5 è Fake” di M. D’ascenzo – Il Sole24Ore del 20/06/2014