Etichettatura Made In, Decreto Sblocca Italia e politica per il Made in Italy

1 ottobre 2014

Nel corso degli ultimi mesi numerosi ed importanti annunci e fatti sono emersi in tema di supporto al Made in Italy. Dall’ipotesi che nel corso del semestre UE a presidenza italiana non si riesca a consolidare in tempo il placet sulla etichettatura Made In, ai nuovi fondi ed alla incentivante normativa del Decreto Sblocca Italia, al profilarsi di nuove idee e concretizzazioni aziendali per una politica del Made in Italy.
In merito al semestre europeo, tutti ci auguriamo che le trattative intavolate dal Ministro Guidi con i paesi che stanno ostacolando la certificazione (Germania in testa) possano consentire di arrivare ad un testo accettato anche da tutti, senza che la richiesta analisi costi-benefici degli effetti economici di tale etichettatura ne possa rendere vana l’applicazione, per lo meno per i segmenti di maggiore interesse delle nostre esportazioni: tessile ed agroalimentare.
L’art. 30 dello Sblocca Italia profila inoltre una serie di azioni pubbliche per una incentivazione innovativa degli interventi a favore del Made in Italy. Si va da iniziative “straordinarie di informazione e formazione” - che le imprese potranno attuare avvalendosi anche di nuove figure professionali ad hoc per l’internazionalizzazione - alla valorizzazione delle produzioni di eccellenza, alla promozione strategica di contrasto dell’Italian sounding, alla realizzazione di tipologie promozionali innovative (la pubblicità sulle crociere – ad esempio – può dare conferma di come turismo e Made in Italy possano ben coniugarsi), alla promozione infine di opportunità di investimento in Italia da parte di imprenditori esteri gestita dall’ICE. Anche se, su tale ultimo aspetto, non è chiaro come risulterà il coordinamento di queste attività dell’ICE con gli attuali compiti istituzionali in capo ad Invitalia, tenendo peraltro presente che la dotazione del Fondo da assegnare all’ICE sarà determinata in via definitiva in sede di legge di Stabilità.
Ma tali iniziative incentivanti potranno presumibilmente impattare a livello aziendale nel breve-medio termine, mentre sul piano macroeconomico è in atto una crisi che i più autorevoli economisti hanno difficoltà a contrastare, ammettendo – quelli più intellettualmente onesti - come nel recente passato abbiano sbagliato ad interpretarne i fattori di evoluzione e contagio. Le stime di crescita elaborate dai migliori centri di ricerca econometria sono state regolarmente riviste al ribasso nel recente passato, dopo che l’attacco speculativo, come folata di vento improvviso, ha definitivamente spazzato via il velo che copriva la bassa produttività dei fattori, e le vischiosità corporative ed istituzionali tipiche del nostro paese. Tutti fattori che oggi spiegano come sia estremamente lenta la ripresa. Una plausibile motivazione all’emergere di tali limiti conoscitivi va rintracciata nell’evoluzione – per certi versi impredicibile – del contesto geopolitico nel quale le nostre imprese sono oggi costrette ad operare. A motivo della inevitabile e pervasiva globalizzazione dei mercati. Tanto che la crisi russo-ucraina appare solo come l’ultima e la più impattante espressione di una serie di vicende, molto meno avvertibili sul piano mediatico, che concernono gli effetti della politica della FED, la minore crescita del PIL cinese, i timori connessi con l’evoluzioni delle crisi medio-orientali, le difficoltà ed i ritardi nell’ideazione ed implementazione di una politica economica concertata a livello UE. Tale ultimo aspetto dovrebbe essere quello sul quale indirizzare i maggiori sforzi di intervento politico, in un momento nel quale anche la Germania accusa peraltro una diminuzione della domanda interna.
Invece, e per tornare alla politica per il Made in Italy, quali dovrebbero essere le direttrici di azione che consentano di attenuare e superare gli effetti della crisi in atto? Le premesse affinchè nel medio termine tale risultato sia raggiungibile risiedono in un mix di interventi da attuare in forma combinata sia a livello nazionale che in ambito comunitario. In primo luogo una significativa svalutazione dell’Euro, anche se la nostra valuta non è la colpevole della crisi – come taluni vogliono fare credere - dato che il suo tasso di cambio effettivo-reale (ved. statistiche BRI) è rimasto pressoché immutato dagli anni precedenti la crisi.
Secondariamente, e come già accennato, l’obiettivo di fare accettare a tutti i paesi membri UE il principio della condivisione degli sforzi necessari ad uscire dalla crisi. Riuscendo sperabilmente a convincere anche una nazione come la Germania che lo sforzo in atto deve essere sostenuto anche da chi si avvantaggia di un surplus commerciale enorme, che potrebbe essere ridotto con adeguati aumenti dei redditi che facciano crescere sia la domanda nazionale che quella interna alla UE.
In terzo luogo andrebbe condotta sul piano microeconomico una attività di fine tuning delle agevolazioni nazionali a favore delle imprese esportatrici del Made in Italy, evitando che chi già lo sa fare, bene e da tempo, si avvantaggi ancora di tali fondi a scapito di chi sta invece muovendo i primi passi. Considerato l’attuale imperativo categorico dell’aumento dell’occupazione, andrebbe poi considerata una forma di incentivazione correlata al potenziale occupazionale – diretto ed indotto - per ogni unità di nuova esportazione. Ci sono settori e sottosettori del nostro Made In molto differenziati sotto questo aspetto. Poi andrebbe premiato lo sforzo creativo sia di chi inventa ad esempio hardware o software facilitatori di applicazioni innovative nella produzione di nuovi materiali o tessuti, sia di quanti sono in grado di ideare modalità nuove di applicazione e di radicamento territoriale del saper fare che ci caratterizza. Ricordiamoci in proposito che non è un caso se molti marchi esteri del fashion vogliono che i loro prodotti siano realizzati in Italia.
Tale aspetto ci riporta inevitabilmente alla problematica dell’etichettatura. Ed a riflettere sul fatto che l’etichetta Made In non debba essere riservata a quanti semplicemente la richiedono, quanto piuttosto a tutti coloro che creano lavoro rischiando nel produrre – o fare produrre - all’interno del nostro paese, senza limitarsi ad idearvi ed organizzarvi le nuove produzioni. Tanto che sarebbe opportuno agevolare idoneamente, laddove possibile, anche il finanziamento di specifici progetti di Made in Italy (finanza etica o social bonds), realizzabili da organismi non-profit.
Infine sarebbero benvenute misure legislative volte al raggiungimento della uniformità normativa in ambito UE, a cominciare da quelle relative al settore dell’agrofood. In proposito non ci ha lasciati indifferenti la denuncia, lanciata dalla Coldiretti, del fatto che l’Italia importa molta frutta spagnola “tossica” - perché trattata con una molecola pericolosa per la salute allo scopo di allungarne la conservazione - ma che è da noi vietata.