La tutela del consumatore in un caso eclatante di sofisticazione alimentare

30 ottobre 2014

La Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza n 15824 del 10/07/2014, si è pronunciata su di un importante caso di sofisticazione di prodotto alimentare.
Trattasi, nello specifico, di un prodotto di largo consumo alla cui composizione veniva aggiunto un ingrediente naturale venduto al produttore italiano da una società estera: il Sudan 1, un particolare tipo di colorante artificiale.
Poiché nel frattempo si era però diffusa in Francia un'allerta alimentare riguardante la presenza - in prodotti alimentari contenenti peperoncino rosso di provenienza indiana, del colorante Sudan 1 – il produttore italiano aveva richiesto al venditore garanzie circa l'assenza di tale componente nel peperoncino acquistato, ricevendone assicurazione che il componente non veniva utilizzato.
Ma, nel frattempo, era anche accaduto che, in Italia, i nuclei NAS avessero prelevato una confezione del prodotto alimentare in parola, riscontrandovi la presenza del colorante in questione. Con conseguente ritiro dal territorio nazionale, da parte del produttore, di tutte le partite di tale prodotto contenente il colorante artificiale Sudan 1, in quanto proibito dalla normativa italiana perché classificato come sostanza cancerogena.
Mentre il giudice di primo grado, anche considerando l’accidentalità della circostanza contestata in tema di rischio, si era conformato al criterio dell'impossibilità per un'azienda di "tenere sotto controllo tutti i rischi, ma di selezionarne alcuni”, e aveva concluso che per la venditrice la contaminazione da Sudan 1 non poteva considerarsi un evento prevedibile.
In sede di Appello – invece - la società venditrice era stata condannata al risarcimento del danno alla produttrice (costi di produzione, distribuzione e ritiro del prodotto in cui è presente il componente in parola; lesione dell'immagine). In particolare la Corte d’Appello, consapevole della possibilità di utilizzare attualmente le metodiche biotecnologiche e di genomica, aveva osservato che: “onde individuare la contaminazione di alimenti da parte di inquinanti non codificati, la diligenza professionale richiede di affiancare alle analisi mirate di routine (da svolgersi con metodiche accreditate) anche ulteriori analisi di controllo - ad es., attraverso la spettrometria di massa come rilevatore cromatografico, di uso ultratrentennale - volte a escludere la presenza di talora massicce, contaminazioni e sofisticazioni alimentari identificabili”. Ed inoltre che:” se è ignoto il componente estraneo, è ben noto invece quello che ci deve essere; se, individuato questo, risulta che c'è anche dell'altro, è su questo altro incognito che le ricerche si devono appuntare per stabilire di cosa si tratti".
La Corte di Cassazione, cui le parti erano ricorse, oltre a confermare il diritto al risarcimento del danno nei confronti del venditore, ha però individuato una responsabilità anche nel comportamento del produttore, condannandolo. Il secondo comma dell’art 1227 del C.C. prevede un generale principio di cooperazione in base al quale il creditore, quando subisca un danno contrattuale, deve comunque applicarsi per minimizzarlo per quanto possibile, non potendo altrimenti avanzare richiesta risarcitoria per un danno che avrebbe potuto evitare usando la normale diligenza.
In considerazione della tutela del consumatore, notoriamente vittima di una rilevante asimmetria informativa nei confronti del produttore, la Corte di Cassazione con tale sentenza ha chiaramente voluto segnalare come le tutele e le garanzie nei confronti del consumatore debbano fondarsi anche sul comportamento diligente del produttore. Ed ha specificatamente osservato che, “particolarmente nel settore alimentare, dove la circolazione di alimenti sicuri e sani è un aspetto fondamentale che contribuisce in maniera significativa alla salute e al benessere dei consumatori, il produttore, onde garantire la sicurezza degli alimenti, ha un obbligo, quale operatore professionale, di attenersi al principio di precauzione e di adottare misure proporzionate in funzione delle caratteristiche del prodotto e della sua destinazione al consumo umano, verificando, attraverso controlli a campione, che il componente acquistato risponda ai requisiti di sicurezza previsti e non contenga additivi vietati e pericolosi, prima di ulteriormente impiegarlo quale parte o ingrediente nella preparazione di un alimento finale”.
Naturalmente le implicazioni giuridiche di un caso del genere potrebbero risultare anche ben più articolate qualora lo stabilimento produttivo importatore dell’ingrediente producesse per conto di un operatore della GDO che vendesse con il proprio marchio. In ogni caso se ne conclude che la sicurezza ha un costo.