Produzione di alimenti: a partire dal 14 dicembre prossimo non più obbligatorio indicare in etichetta la sede dello stabilimento (di produzione o confezionamento)

30 ottobre 2014

Il regolamento 1169/2011 – da applicarsi agli operatori del settore alimentare - non richiede infatti questa indicazione tra quelle obbligatorie. Trattasi di una novità peraltro introdotta da anni che, però, all’approssimarsi dell’entrata in vigore del Regolamento, ha suscitato tanto scalpore e dissenso da indurre qualche politico a richiedere persino una interrogazione parlamentare.
Perché tanta preoccupazione da parte di molti su questo elemento informativo?
Perchè è molto probabile che il consumatore italiano mediamente informato confonda l’assenza di tale indicazione in etichetta con una menomazione del significato di origine delle merci, di seguito ricordiamo che il “luogo di origine” è individuato nel paese o territorio in cui, con apposite modalità, il prodotto ha subito la sua ultima trasformazione sostanziale. Luogo di origine che, a sua volta, non va naturalmente confuso con “il luogo di provenienza” del prodotto.
Il tema della massima consapevolezza del consumatore rileva anche quando ci è consentito di sapere, ad esempio, che il prodotto marcato con il label di un ignoto distributore è in realtà stato prodotto nello stabilimento di una azienda molto nota e rinomata.
Questo tipo di informazione è utile sia per valutare in forma più oculata l’equilibrio negoziale instauratosi tra produttore e distributore, sia per geo-referenziare il prodotto, ovvero acquisire eventuali indicazioni circa il grado di correlazione effettiva tra il prodotto ed territorio di provenienza delle materie prime fondamentali. Ad esempio, nei vini IGT, può essere segnaletica di una grande distanza intercorrente tra lo stabilimento di produzione del vino ed il territorio amministrativo di coltivazione delle uve.
Come noto, sono state esigenze di sicurezza alimentare che hanno indotto il nostro governo ad inserire a suo tempo l’obbligo della indicazione in etichetta anche dello stabilimento produttivo, così da poterlo individuare/localizzare con immediatezza in caso di necessità. Pertanto, in questa ottica, una maggiore tutela si avrebbe qualora tale obbligo di indicazione potesse essere esteso anche a quegli alimenti - prodotti e importati da paesi extra-UE - che ricordano quelli tipici della tradizione italiana: casi di Italian sounding domestico in cui si ricorre agli escamotages estetici del confezionamento per farli apparire similnostrani, ed in cui il prodotto è commercializzato con il solo nome dell’importatore nel mercato dell’Unione.
Se, dunque, il Governo italiano, dopo un’attenta analisi costi-benefici economici e di sicurezza - e diversamente da quanto sinora espresso nella Circolare MISE nr. 0139304 del 31/07/2014 - volesse continuare a mantenere obbligatoria tale indicazione anche successivamente all’entrata in vigore del regolamento in parola, dovrebbe procedere (art 45) ad apposita notifica previa alla UE - ad agli altri stati membri - precisando i motivi che la giustificano.
In base all’art 39 del Regolamento gli Stati membri possono adottare disposizioni che richiedono ulteriori indicazioni obbligatorie per tipi o categorie specifici di alimenti per almeno uno dei seguenti motivi: a) protezione della salute pubblica; b)protezione dei consumatori; c) prevenzione delle frodi; d) protezione dei diritti di proprietà industriale e commerciale, delle indicazioni di provenienza, delle denominazioni di origine controllata e repressione della concorrenza sleale.
Per ottenere il placet ad una informazione obbligatoria aggiuntiva che rispondesse ai requisiti suindicati si dovrebbe però fare i conti con l’onere – non semplice - di identificare e scegliere specifici tipi o categorie di alimenti. Inoltre, le motivazioni da addurre dovrebbero essere tali da rendere esplicito perché tale informazione aggiuntiva non possa ingenerare effetti discorsivi della concorrenza riconducibili ad asimmetrie informative. Motivazioni che dovrebbero poi fare leva sull’art 4.2 del Regolamento, laddove recita: “nel valutare se imporre informazioni obbligatorie sugli alimenti……si prende in considerazione il fatto che la maggioranza dei consumatori ritiene particolarmente necessarie alcune informazioni cui attribuisce un valore significativo (ns. corsivo), o si tiene conto di alcuni elementi generalmente ritenuti utili per il consumatore”. Il tutto nel contesto di quanto indicato all’art 3.1, dove di stabilisce che la fornitura di informazioni deve essere rispettosa in particolare di considerazioni sanitarie, economiche, ambientali, sociali ed etiche.