TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership USA-UE) e Geopolitica del Made in Italy

12 gennaio 2015

Con quale speditezza o difficoltà stiano procedendo i negoziati del TTIP non è dato sapere con certezza. E alle critiche di mancanza di trasparenza sui contenuti in discussione, la UE ha recentemente risposto con la pubblicazione di flash informativi suddivisi per tematiche, che – per quanto sintetici al fine di non urtare con la delicatezza della materia - forniscono comunque utili criteri e proposte in base alle quali affrontare gli spazi negoziali su cui permangono ancora significative incertezze operative (http://trade.ec.europa.eu/doclib/press/index.cfm?id=1230#market-access).
La conclusione del negoziato non è certo da attendersi a breve – anche se qualcuno ne azzarda l’entrata in vigore entro fine anno - e sul suo esito finale potranno probabilmente influire sia le pressioni politiche emergenti in vista della prossima campagna presidenziale, sia gli esiti dei concomitanti accordi che gli USA hanno in corso di negoziazione con paesi asiatici: il Tpp (Trans Pacific Partnership: accordo per un’area di libero scambio con 12 paesi dell’area Apec) ed il Rcep con la CINA (Regional Comprehensive Economic Partnership).
Si tratta della creazione dell’area di libero scambio di maggiore importanza per la UE, basti pensare che nel corso del 2013 l’interscambio tra queste due sponde dell’atlantico toccava i 680 miliardi di Euro.
Se diamo subito uno sguardo alla struttura dell’interscambio commerciale complessivo USA-UE, notiamo - Fonte Eurostat - come sia nel 2012 che nel 2013 si sia connotato per il rilevante sbilancio nell’import/export di materie prime e per il surplus invece delle esportazioni UE quanto al comparto Food & Drink. Ma le maggiori cifre del surplus sono riferite invece, in tali anni, al commercio sia di veicoli e di macchinari (sempre oltre 42 miliardi di Euro annui), che del resto della produzione manifatturiera (sempre superiore a 24 miliardi).
I dati di fonte ICE-ISTAT, più aggiornati e disaggregati per l’Italia in quanto riferiti al primo semestre del 2013 e del 2014, evidenziano che il commercio dei prodotti per antonomasia identificativi del Made in Italy (alimentari, bevande, tessili, articoli di abbigliamento, articoli in pelle, mobili) è risultato strutturalmente in surplus nei primi 6 mesi di tali due anni. Ma, parallelamente, anche il saldo commerciale dell’altro comparto del Made in Italy che unisce: macchinari ed apparecchiature (comprendenti automazione), autoveicoli, rimorchi ed altri mezzi di trasporto, risulta ampiamente in surplus.
La diversità dimensionale dei flussi nei due casi è però rilevante. Mentre i settori del Made in Italy tradizionale per antonomasia nei primi 6 mesi dello scorso anno hanno generato un export pari al 23,3% del totale, l’export dell’altro comparto pesa invece per oltre il 40% del totale esportato nello stesso periodo. A riprova della capacità della nostra meccanica di penetrare un mercato maturo come quello statunitense, nonostante l’agguerrita concorrenza di altri paesi UE.
Le indicazioni che sono apparse sinora sui media, circa i benefici per il nostro paese per la conclusione di tale accordo, dapprima propense ad elogiarne gli effetti di medio-lungo peridodo in termini di riduzione dei prezzi, di aumento del PIL e di incremento occupazionale, hanno negli ultimi tempi lasciato il passo ad obbiezioni anche molto serie su tematiche attinenti ambiente, alimenti, diritti e beni comuni.
Mentre altri commentatori, con giudizi più tranchant, non vedono idoneamente compensata dai presumibili benefici economici la perdita di sovranità dei singoli paesi UE, da associarsi alle esigenze di rendere tra loro compatibili legislazioni economiche ispirate a priorità di obiettivi economici ancora molto differenziate.

Certificazione di origine.
Il succinto flash informativo della UE a proposito della certificazione di origine, non ci dice nulla più di quanto già non fosse di per sé evidente, ovverosia che gli accordi sul tema della certificazione dovranno essere stabiliti in base a regole di facile comprensione ed applicazione per gli esportatori UE e, più importante, che tali nuove norme dovranno tener conto anche dei “future trends in production” E, però, da altri flash tematici sembra potersi trarre la conclusione che il Partenariato accetti la certificazione Made in EU in alternativa a quella del solo paese-membro produttore.

Barriere Tecniche (trattasi di tutte quelle tipologie di “barriere non tariffarie” che influiscono sui movimenti di beni, servizi, investimenti, ecc).
Le Parti concordano che il testo del WTO in tema di Technical Barriers al commercio costituisca parte integrante del protocollo di Partenariato.
In relazione alla definizione, verifica e sviluppo di nuovi standard tecnologici, delicata attenzione sembra doversi riservare al ruolo delle entità (CABs), che saranno dedicate alla valutazione della conformità dei prodotti alle prescrizioni tecniche della normativa.
Ma le più importanti novità in materia sono sicuramente quelle proposte in tema di apposizione di marchi e di etichettatura dei prodotti, per le possibili implicazioni a fini di contrasto alla contraffazione. Per ragioni di chiarezza/completezza interpretativa, ne riproponiamo il testo nella lingua originale:
“3. The Parties undertake to take administrative measures against misleading marking applied by suppliers on their territory. In particular, they undertake to apply measures against products on the market of their territory that bear marking that falsely purports to indicate origin in the territory of the other Party.(Nostro corsivo)
4. If a Party applies obligatory country of origin marking or labelling requirements, a marking designating the whole territory of a Party shall be accepted by the other Party as compliant with such requirements”. Tale ultima precisazione tende a dare rilevanza al Made in EU quale accettabile sostituzione del Made nello specifico paese di produzione.

Tessile ed abbigliamento
Al fine di ridurre allo stretto necessario gli obblighi informativi sulle etichette nel comparto tessili ed abbigliamento, le parti propongono di restringerli a: paese di origine, composizione della fibra, istruzioni per l’uso, nome ed indirizzo del produttore e/o dell’importatore. Ma si riconosce comunque la facoltà di fornire ulteriori informazioni al consumatore, mediante l’apposizione di etichette rimuovibili.
Vengono inoltre segnalate emergenti divergenze in tema di applicabilità di standard tecnici fini della sicurezza del prodotto, e del costo economico a ciò connesso: “However, in many areas regulatory approaches and instruments to guarantee product safety diverge. These divergences can lead to unnecessary costs not only at production level but also at post-production level (e.g. compliance testing). E, più oltre: “Both parties could work towards establishing a common list of chemicals and other substances that are prohibited or restricted in textile/clothing products as well as establishing common maximum allowed levels”.

Conclusione
L’indicazione più importante che se ne deduce ai fini della politica del Made in Italy è che la negoziazione politica da condurre nella sede del Parlamento UE per la definizione dell’etichettatura Made In non può che risultare parallela – se non anche interdipendente - con quella da svolgersi con gli USA nel contesto del Transatlantic Trade and Investment Partnership.