La clemenza del Legislatore e la tenuità della contraffazione. Quando la funzione (dis)educativa della pena si accompagna a strabismo legislativo

27 febbraio 2015

(Quella che segue è la prima news di collaborazione con il nostro team redazionale di una giovane giurista che ha analizzato il tema della possibile depenalizzazione del reato di contraffazione, a cui fa da contraltare lo strabismo giuridico con il quale il nostro legislatore tratta la materia. Se da una parte, infatti, la Commissione Giustizia si occupa da mesi di depenalizzazione di questo, come di moltissimi altri reati, dall'altra un gruppo di parlamentari in data 26 Gennaio 2015 ha presentato una proposta di legge ad hoc (N.2847) per l'introduzione di un nuovo articolo al codice penale (711 bis), che invece istituisce nuove pene per l'operatore commerciale che abbia acquistato merce che si doveva presumere contraffatta. Come andrà a finire?)

E’ attualmente al varo di Palazzo Chigi lo schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto, quale esercizio della delega attribuita dalla legge n. 67/2014.
L’oggetto ricomprende 112 reati, attualmente sanzionati con la sola pena pecuniaria, o con pene detentive il cui massimo edittale non sia superiore a cinque anni, e il fine è quello di sfoltire le aule di giustizia, nel senso di consentire l’archiviazione nelle ipotesi di “particolare tenuità del fatto” e di “non abitualità” della condotta.
Al riguardo la Commissione Giustizia della Camera, che ha licenziato il decreto legislativo in parola lo scorso 3 febbraio, ha avuto cura di precisare, a gran voce, che non si tratta di una depenalizzazione, ma di una esclusione della punibilità per i casi in cui il reato sia particolarmente tenue e la condotta non sia abituale. E’ stato ricordato, altresì, che lo scopo è quello di impedire l’ingresso nelle aule di giustizia a tutte quelle fattispecie che risultino irrilevanti nella portata offensiva: scopo che troverebbe copertura costituzionale nei principi di proporzionalità ed economia processuale.
(Superfluo sottolineare che tra i reati in parola rientrano anche quelli connessi alla contraffazione; mentre tra gli esclusi citiamo quello oggetto dell’art 474 ter del c.p.(casi nei quali i delitti di contraffazione sono commessi in modo sistematico ovvero attraverso l’allestimento di mezzi e attività organizzate), che prevede – appunto - una pena massima di 6 anni di reclusione).

Ma il legislatore sembra allora essersi dimenticato dell’infelice primato italiano nell’acquisto di prodotti contraffatti, primato che da anni ha indotto il Ministero dello Sviluppo Economico a proporsi quale fautore di una lotta sistemica ed efficace alla contraffazione, dalla sensibilizzazione e dall’educazione del consumatore alla normativa di riferimento.
Con queste premesse appare realmente arduo comprendere il motivo per cui tali delitti siano stati annoverati in questo intervento di depenalizzazione, non formale ma, a ben vedere, senz’altro sostanziale.
Per quanto si tratti, indubbiamente, di esigenze da perseguire nell’ottica di un diritto penale minimo, vi sono delle ragioni che inducono a una lettura fortemente critica, con particolare riguardo ai delitti di contraffazione, falsificazione delle IGP e delle denominazioni di origine di prodotti agroalimentari, commercio di falsi, estendendosi il fenomeno della “contraffazione” a 360 gradi in tutti gli ambiti produttivi, e generando conseguenze altamente dannose tanto a livello micro che macroeconomico.
Eppure, a oggi, sembra di vedere un passo indietro nei confronti di un fenomeno che, invece, va sempre più avanti: secondo gli ultimi rapporti Censis e OCSE, il mercato del falso, a livello nazionale, genera un fatturato pari a 6 miliardi e 535 milioni di Euro e, a livello europeo, supera quello prodotto dal commercio di sostanze stupefacenti.
A ben vedere, l’intervento legislativo sembra legittimare letteralmente il prodursi di un danno economico per le imprese italiane, il consumatore e lo Stato di dimensioni così elevate da renderne decisamente irrisorio il confronto con il risparmio di spesa pubblica che si avrebbe con il minore ingolfamento dei tribunali ed il sovraffollamento carcerario.
Inoltre, dal punto di vista economico, sarebbero da considerare anche gli effetti da ciò indotti sul piano etico sociale, dato che la contraffazione è un fenomeno che attacca subdolamente le radici del corretto sviluppo imprenditoriale, alimentando forme di concorrenza sleale, nonché l’abitudine a convivere con il mondo del contraffatto da parte di un consumatore che, ora, può cullarsi anche nell’idea che perfino il Legislatore ne è (divenuto) incurante.
Ma ancora, e a monte, viene anche da domandarsi come sia possibile apprezzare la “tenuità del fatto”. Questo concetto dovrebbe essere apprezzato con riguardo, altresì, al danno che può derivare da una certa condotta, al grado di offensività di quest’ultima. Il singolo episodio criminale può anche essere, di per sé, tenue - salva l’abitualità - ma sommato ad altri - pur eguali e di medesima tenuità - dà purtroppo luogo a un fenomeno grave, in grado di germinare e contaminare il mercato in profondità.
Inoltre, un simile apprezzamento implica delle conoscenze che non possono ritenersi soddisfatte, genericamente e generalmente, in capo a ogni singolo Ufficio giudiziario.
L’alternativa sarebbe disporre, metodicamente, un accertamento tecnico, ma questo allungherebbe le tempistiche, e l’economia processuale - tanto cara al legislatore delegante - sarebbe così vanificata.
Ancora, i poteri della Polizia Giudiziaria, e quelli molto ampliati della Guardia di Finanza nel settore (attiva dal 2004 anche con il Nucleo Speciale Tutela Mercati), come potrebbero legittimamente esercitarsi per reati che saranno depenalizzati?
L’intervento di depenalizzazione lascia quindi aperte molte domande, cui è difficile dare una risposta, salvo contraddire tutti gli interventi che, in senso repressivo e preventivo, si sono avvicendati negli ultimi anni: da ultimo la proposta di legge presentata il 26 gennaio 2015 e volta all’introduzione, nel codice penale, dell’art 711-bis, in materia di “acquisto di merce contraffatta o di origine e provenienza diversa da quella indicata”.
L’intento legislativo, negli auspici si propone di reprimere – seppure con pene contenute nella misura e nel quantum – la condotta di chi – operatore economico, acquirente finale, ovvero importatore – acquisti beni che, secondo determinati indici quali il prezzo, la qualità o la condizione dell’offerente, siano da ritenersi contraffatti per violazione delle norme in materia di proprietà industriale o di origine e provenienza dei prodotti.
Il paradosso, quantificabile come vero e proprio strabismo o bipolarismo legislativo, è che chi a monte consente che avvenga l’acquisto di merce contraffatta – ponendo in essere ad esempio la condotta sanzionata ex art 517quater (messa in circolazione di prodotti agroalimentari con le Indicazioni o le denominazioni contraffatte) – è destinatario di un intervento di depenalizzazione; l’operatore commerciale o l’importatore che, invece, li acquisti anche con il solo presagio che possa trattarsi di merce contraffatta, verrebbe punito con pene che arrivano sino all’arresto da due a tre anni. Per quanto si tratti attualmente di una mera proposta di legge, non ci si può esimere dal rilevare l’ideologia che tale intento legislativo sottende: la necessità di punire – in una ottica di deterrenza e prevenzione – chi alimenti la circolazione di merce contraffatta. Ma non vi dovrebbe rientrare, a rigore, anche chi contraffà in prima persona?
Concludendo, la contraffazione implica concetti di alto valore culturale ed i sistemi predisposti dallo Stato per la repressione di tale fenomeno sono indice della coscienza sociale che nella Istituzioni dovrebbe trovare espressione.
Questo per ricordare, e ricordarci, che la pena dovrebbe avere una funzione rieducativa e che se anche la potestà legislativa - come tutti i poteri - necessita di un esercizio che possa, se necessario, colorarsi di clemenza, in questo caso servono criteri applicativi diversi.

Dott.ssa Paola Perinu
BLB - Benedetti Lorusso Benedetti Studio Legale
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