Per una visione geopolitica del Made in Italy

27 febbraio 2015

Mai come in questo momento implicazioni e complicazioni di origine geopolitica e geo-economica così pesantemente influiscono sul contesto aziendale ed istituzionale in cui prendere decisioni su commercio, investimento e sostegno al Made in Italy.
Se si considerano i vari scenari di riferimento, tanto macro che microeconomici, se ne intravedono tratti caratteristici comuni; vale a dire compresenza di fattori economici tanto favorevoli che sfavorevoli, una significativa volatilità temporale dei fenomeni di traino delle nostre esportazioni, un contesto normativo-istituzionale per le PMI esportatrici che si presenta ancora con luci e ombre.
E’ di tutta evidenza che la domanda dei prodotti tipici delle 4A: Abbigliamento-moda, Arredo-casa, Apparecchi-macchine, Alimentari-vini) o delle 3F (Food, Fashion And Furniture), fortemente penalizzata dalla crisi degli ultimi 6 anni, potrà certamente trarre beneficio da un fattore esogeno di diminuzione del costo di produzione, quale il calo del prezzo del petrolio.
Tali positivi effetti andranno poi a combinarsi con quelli, più rilevanti, della svalutazione dell’Euro, data la significativa percentuale di export sul fatturato presente nei settori in parola, andando a sostenere ulteriormente un trend di crescita dell’export del Made in Italy già alquanto elevato.
E su questa serie di circostanze dovrebbe in prospettiva favorevolmente influire anche l’effetto del Quantitave Easing (QE), che consentirà di fare comprare alla nostra banca centrale circa 130 miliardi di titoli di stato o di istituzioni nei prossimi 2 anni. Una manovra di politica monetaria finalizzata a ridurre o mantenere stabilmente bassi i tassi di interesse, generare maggiore liquidità per le banche, agevolando una offerta di credito in debole miglioramento. Ma non c’è da farsi prendere da facili entusiasmi, poiché, come si legge nel bollettino n1/2015 della banca d’Italia, “Fattori di domanda legati alla debolezza degli investimenti, unitamente alla percezione di un alto rischio di credito per alcune categorie di imprese, frenano ancora la dinamica dei finanziamenti”.
Ne consegue che tale processo di lenta fuoriuscita dalla crisi non avrà un impatto immediatamente visibile sul piano degli indicatori economici, anche in considerazione delle difficoltà che il comparto bancario dovrà incontrare nel ricapitalizzarsi con modalità e ratio ora correlati agli specifici livelli di rischiosità relativa di ciascuna banca. E poi c’è da considerare che la pesante zavorra che ha rallentato sicuramente sinora lo sviluppo del credito bancario alle imprese, condizionandone anche il costo, rappresentata dagli elevati livelli di crediti non performing in pancia alle banche stesse, ed il cui alleggerimento sembra comportare anche una soluzione istituzionale di non facile definizione.
Anche nell’aggregato dei paesi dell’Eurozona la tanto attesa uscita dalla crisi non procede che a passo lento, così da fare sottolineare al governatore della B.I. che “Le difficoltà sono generalizzate: la crescita del PIL nella media dell’area non è superiore a quella, modesta, dell’insieme dei paesi direttamente interessati dalla crisi dei debiti sovrani”.
La conclusione è che, l’insieme cumulato di tali effetti in termini di incremento del PIL nel 2015 e 2016, stimato in modo ancora molto difforme da vari istituti di ricerca macroeconomica, potrà sicuramente e favorevolmente incentivare quegli investimenti di sostituzione/ampliamento di impianti e tecnologie nei comparti del Made in Italy, ed in tutti gli altri dove il blocco è perdurato per molto tempo durante gli ultimi anni.

PUNTI INTERROGATIVI NELLO SCENARIO INTERNAZIONALE
Ma l’attesa tempistica di investimento risulterà fortemente condizionata, proprio nei settori più aperti all’esportazione, da fattori di origine geopolitica sinteticamente riconducibili a:

  • Soluzione delle problematiche della Grecia;
  • Soluzione della crisi ucraina;
  • Andamento del Pil e della domanda di import nei due più grandi mercati di sbocco USA e Cina.
Nel caso greco la maggiore preoccupazione è quella di una tempistica strisciante delle riforme concordate con i creditori, dopo un primo atto conclusosi in apparente parità. Tale situazione prolungherebbe nel tempo l’alea di una sempre possibile uscita della Grecia dall’Euro, con ripercussioni per i paesi dell’Eurozona più a rischio di downgrading sicuramente peggiori di quelle connesse ad una ulteriore ristrutturazione di debito. Senza considerare che, in un siffatto clima di incertezza, troverebbero crescente alimento le posizioni di estrema opposizione all’Euro, e le ragioni sfavorevoli alla stabilizzazione dei mercati finanziari nella UE, con inevitabili negativi riflessi sulla ricerca in atto di un minimum level di governance comune della politica economica dei paesi membri.
La crisi ucraina non va considerata solo per le conseguenze ancora imprevedibili che potrebbe generare a breve, per le mancate esportazione del nostro Made Italy, e per il rischio che siano sostituite da quelle di paesi terzi. Ma anche per la pesante ipoteca che una sua mancata soluzione pone sugli equilibri interni alla UE, così come sui rapporti economici e politici con gli altri paesi membri - assieme alla Russia - della neo costituita area Euroasiatica, sulle implicazioni di politica geo-energetica che ne possono scaturire (accentuate dalla crisi libica), infine sulla possibile sinergia tra politica estera russa e quella greca, dato che la Grecia potrebbe astenersi dal votare ulteriori sanzioni UE, od il loro prolungamento (N1).
Quanto alla possibilità di espandere l’export preferibilmente verso i grandi mercati di sbocco di B, va detto che si tratta di opportunità da cogliere subito, in considerazione del decrescente ritmo di crescita del PIL cinese e degli effetti, in USA, dell’atteso innalzamento dei tassi di interesse da parte della FED, con probabili riflessi in svalutazione del dollaro. Concludiamo dicendo che anche numerosi selezionati paesi dell’America latina, dell’Africa, del medio oriente e del sud-est asiatico possono rivelarsi in prospettiva buoni attrattori di Made In Italy, ma a condizione di sapere formulare/aggiornare tempestivamente le strategie aziendali di assicurazione del commercio verso le nazioni prescelte in tali aree, (e senza dimenticare inoltre di comparare tra loro i risultati economici delle vendite all’estero, sempre a cambi valutari costanti).

IN ITALIA E NELLA UE
Riposizionare una parte dell’export verso i paesi UE potrà comunque avvantaggiarsi della prima intravista fase di crescita economica in atto (N2). Ma si tratta di un trend che andrebbe alimentato con politiche di industrial compact anche diverse da quelle previste dal piano Junker.
Intanto, con idoneo governo comune della macroeconomia dell’area, andrebbero convinti i paesi con forte e strutturale surplus commerciale (leggi in particolare Germania) a politiche di aumento dei salari e dei prezzi additive rispetto agli effetti del QE. Mentre, su quello microeconomico, si dovrebbero riorientare le politiche di incentivazione UE focalizzandole con intensità sul back shoring del manifatturiero, che già sta apportando benefici ai distretti industriali.
In tale ottica si dovrebbe mirare, con agevolazioni sostanziose ma temporalmente limitate, a tutte quelle soluzioni innovative di produzione di manufatti nei più svariati settori del Made in Italy (es. stampanti tridimensionali ed altro), idonee a consentire un abbattimento del costo del lavoro, costo che ha notoriamente generato il fenomeno delle delocalizzazioni.
A conclusione di questa combinazione fluida di eventi prospettici merita citare anche le circostanze favorevoli per il nostro paese potenzialmente ascrivibili - con buone campagne di comunicazione e MKT - ai flussi crescenti di turismo, ed in particolare a quelli indotti da EXPO 2015.
Ma è pure doveroso accennare alle ombre inquietanti, in termini di riduzione dei volumi di vendite di Made In, che vedremmo aleggiare qualora si regalasse uno spazio operativo sempre più agevole ed ampio ai contraffattori con la depenalizzazione di tale reato nel nostro paese.

NOTE

(N1) L’articolo 31 del Trattato su funzionamento dell’Unione Europea così recita: “Le decisioni a norma del presente capo sono adottate dal Consiglio europeo e dal Consiglio che deliberano all'unanimità, salvo nei casi in cui il presente capo dispone diversamente. È esclusa l'adozione di atti legislativi. In caso di astensione dal voto, ciascun membro del Consiglio può motivare la propria astensione con una dichiarazione formale a norma del presente comma. In tal caso esso non è obbligato ad applicare la decisione, ma accetta che essa impegni l'Unione. In uno spirito di mutua solidarietà, lo Stato membro interessato si astiene da azioni che possano contrastare o impedire l'azione dell'Unione basata su tale decisione, e gli altri Stati membri rispettano la sua posizione”.

(N2) La lentezza del recupero economico è notoriamente ascrivibile al calo della domanda, a sua volta riconducibile al fatto che le molte aziende che chiudono i battenti immettono tra i disoccupati un numero molto maggiore di persone di quelle che vengono riassunte da aziende di nuova creazione o da quelle (poche) in espansione.