Contraffazione, pirateria e nuove tecnologie digitali. Come attenuare i rischi da riproduzione illecita di design, filmati, ecc.

29 marzo 2015

Recenti notizie apparse sui media ci impongono di tenere in seria considerazione modalità di vendita e di comunicazione pubblicitaria che possono integrare, in certi casi, il reato di commercio di prodotti con segni falsi, in particolare quando vengono i prodotti pubblicizzati associandoli all’immagine stilizzata di personaggi di fantasia, o di animali, molto simile a quella presente su prodotti concorrenti.
La sentenza della Corte di Cassazione del 3-3-2015 (N1) e sulla quale torneremo con maggiore dettaglio analitico) ha stabilito che, per integrare tale reato, è sufficiente la riproduzione anche non fedele della figura tutelata dal marchio, quando tale riproduzione “sia espressiva di una somiglianza tanto forte da creare confusione” (N2).

Un altro esempio che può fare nascere dubbi e preoccupazioni è quello delle app. di design di prodotto scaricabili da internet - o da cellulare - accedendo facilmente agli appositi siti web. Nell’attuale epoca di internet delle cose, dove l’interconnessione tra oggetti è sempre più diffusa, stanno cominciando a subirne le conseguenze i produttori di smartwatch di marca molto appetiti, che vedono i quadranti dei loro orologi riprodotti in forma quasi perfetta su orologi digitali di prezzo non comparabile, e però tecnologicamente idonei a ricevere e fare comparire il file del nuovo quadrante (vedi sito www.badapps.com). Magari per un po’ di tempo, per poi essere sostituito da un altro.
E’ evidente che, ogni qual volta che il design fosse registrato, una fedele riproduzione di tale forma esterna del prodotto non può che generare contraffazione. Anche se tali siti si premurano (vedi ad esempio quello di FaceRepo) di avvertire in forma chiara ed esaustiva gli utenti interessati a caricarvi immagini, di non violare alcuna norma sul copyright. Ed in tal senso si adopera per aiutare informaticamente i soggetti i cui diritti di copyright risultino essere stati violati, mediante un’apposita take down notice, Il tutto facendo riferimento al Digital Millennium Copyright Act (DMCA), la legge statunitense di applicazione delle norme WIPO.
I rimedi possono però essere anche diversi da quelli della eventuale azione legale. Nel caso della pirateria di contenuti digitali molto appetiti su internet, più spesso film, e nella impossibilità di rincorrere e rintracciare continuamente tutti i website di intermediari internettiani, nonché gli utenti finali che li scaricano illegalmente, una soluzione può essere invece quella di stipulare accordi con i maggiori players certificati su YouTube - e su altre grandi piattaforme quali iTunes, Google Play, ecc. – proprio per il trattamento dei diritti audiovisivi. Con idonei accordi si può riuscire, infatti, non solo a farsi riconoscere i diritti di copyright, ma anche a monetizzare ad esempio le clip delle proprie produzioni utilizzate da altri, inserendovi contenuti pubblicitari.

Dal punto di vista legale è bene osservare, infatti, che allorché la messa a disposizione di contenuti digitali appetiti è associata a quella di spot pubblicitari, un internet service provider non può più fare valere a proprio beneficio le tutele previste dalla Direttiva e-Commerce, che sono limitate al solo caso di servizi di “Hosting”. Dato che, per l’appunto, associare ai servizi di memorizzazione dei contenuti quelli di gestione pubblicitaria, configura propriamente l’ambito dell’attività di editore digitale.
Se, però, nel caso dei grandi internet provider la gestione del contrasto alla pirateria può essere in qualche modo facilitata, molto più complesso risulta trattare con website che, quand’anche oscurati dalle autorità preposte, rinascono commercialmente un’ora dopo con un nome e logo appena modificati rispetto a quelli che avevano in precedenza. Ne consegue che – in una tale situazione - una strategia efficace è quella di operare a monte, agendo con forme di dissuasione morale direttamente sulla direzione delle aziende che usualmente li utilizzano per la pubblicità dei loro prodotti, ovvero sui loro operatori pubblicitari.

Alla fine concludiamo con una annotazione di dettaglio di MKT, ma non marginale. Vale a dire che da una parte non si può che biasimare la rilevanza del danno per chi rende disponibili per l’acquisto - od il download – di prodotti oggetto di contraffazione o pirateria che per il loro prezzo avrebbero potuto essere acquistati in originale. Ma, dall’altra, è doveroso ricordare anche che nei casi in cui, invece, il prodotto non sarebbe comunque stato acquistato a motivo dell’ elevatezza del prezzo, la diffusione della sua immagine da parte di che l’abbia illegalmente riprodotta contribuisce a generare comunque un effetto pubblicitario dell’originale.


(N1) Ved. Sole 24 Ore del 5/3/2015

(N2) A nostro avviso una tale condotta dovrebbe essere censurabile anche ai sensi dell’art 21 del Codice del Consumo, laddove viene esplicitato che: “E' altresì considerata ingannevole una pratica commerciale che, nella fattispecie concreta, tenuto conto di tutte le caratteristiche e circostanze del caso, induce o è idonea ad indurre il consumatore medio ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso e comporti: a) una qualsivoglia attività di commercializzazione del prodotto che ingenera confusione con i prodotti, i marchi, la denominazione sociale e altri segni distintivi di un concorrente, ivi compresa la pubblicità comparativa illecita”.