Made in Italy, norme per l'etichettatura di origine e risultati della consultazione ministeriale sui prodotti agroalimentari

25 maggio 2015

Come noto, il Consiglio Competitività del 28 maggio scorso si è chiuso con un nulla di fatto per l’etichettatura del Made in. Si trattava di un test importante per la valutazione della convergenza sulle politiche industriali della UE in tema di prodotti Made In, esclusi i medicinali e gli alimentari.
Ha avuto la meglio ancora una volta il fronte dei “no”, capeggiato dalla Germania e che dispone di alleati quali: UK, Belgio, Svezia, Olanda, Danimarca e Irlanda. Né questo fronte, né quello opposto, tra i quali l’Italia ovviamente, hanno potuto raggiungere la maggioranza qualificata per imporre l’”etichetta obbligatoria”, che consentirebbe di dare maggiore “visibilità” al valore delle nostre merci. E non potevano certamente bastare le proposte conciliatorie di fonte lettone, di ridurre i termini dell’accordo al solo settore delle calzature e a parte del ceramico, a fronte delle richieste del nostro fronte negoziale di estendere invece l’etichetta anche ai prodotti di: tessile/abbigliamento, gioielleria e arredo.
Dunque si ricomincia a negoziare. Ma se la distanza tra le posizioni negoziali continuerà a rimanere così elevata, si dovrà pensare a valutare se non sia preferibile - al fine di una maggiore tutela dell’interesse tanto dei consumatori che dei produttori - utilizzare un criterio trasversale, diverso da quello settoriale, per l’individuazione dei prodotti dei pesi membri che possano fregiarsi dell’etichetta Made In. Ciò anche al fine di sopperire alle cogenti esigenze di definizione delle “norme di origine” imposte dalla negoziazione del trattato con gli USA: TTIP.

Etichettatura dei prodotti agroalimentari e stabilimento di produzione.
Avevamo dedicato una nostra precedente news ad invitare chi ci legge a partecipare alla consultazione ministeriale conclusasi a fine marzo scorso. E avevamo visto giusto: i risultati - basati su 26.547 risposte al questionario - forniscono infatti una verifica puntuale di quanto sia diffusa tra gli italiani la sensibilità a questioni che riguardano completezza e trasparenza delle informazioni da inserire sull’etichetta degli alimenti.
E ciò specificamente in relazione a temi che sono all’ordine del giorno per eccellenza, vale a dire l’origine dell’alimento (molto importante per il 96% del campione) ed il luogo in cui è avvenuto il processo di trasformazione (di fondamentale importanza per l’84% dei rispondenti), che al riguardo sono anche favorevoli - secondo il MIPAF - a che l’ indicazione sul luogo sia presentata in etichetta in modo chiaro.
Gli standard di sicurezza alimentare giocano un ruolo determinante nell’indurre 9 persone su 10 a giustificare la loro attenzione verso l’origine. Mentre solo il 70% degli intervistati associa all’origine tematiche di natura etico-legislativa, quali il rispetto delle normative sul lavoro.
Sul piano della psicologia del MKT, è interessante poi osservare come nel nostro paese l’80% degli intervistati abbia attribuito importanza decisiva non solo al fatto che il prodotto provenga da materie prime italiane, ma che sia anche trasformato in Italia.
Nei testi di marketing si dà rilievo a quanto un consumatore sarebbe disposto a spendere di più (willingness to pay) per migliorare la qualità di un prodotto - ad esempio a fronte di una diversa composizione degli ingredienti - ma anche per potere disporre di una più ampia e dettagliata descrizione degli stessi. Dal resoconto ministeriale emerge in proposito che l’82% degli intervistati sono disposti a spendere di più “per avere la certezza dell’origine e provenienza italiana del prodotto”, con un range di maggiorazione di prezzo che – per il 50% degli intervistati – varia dal 5 al 20%.
Questo forte interesse degli italiani per l’origine delle materie prime risulta poi declinato in vario modo in relazione a diversi prodotti alimentari: 95% per carni e latte freschi – 90% per yogurt e formaggi – 885 per frutta e verdura fresca tagliata già pronta – 87% per salumi, insaccati, carne in scatola – 81% per il riso.
Sul piano della composizione - ed identità commerciale - dei partecipanti alla consultazione emergono ulteriori interessanti indicazioni, che è possibile così riassumere:

Sesso   Istruzione   Fascia di Età
Maschi 53% Universitaria 41,5% da 30 a 39 20%
Femmine 47% Scuola sec.sup 48,7% da 40 a 49 27%
      da 50 a 59 25,3%
        da 60 in su 16,7%

Componenti della Famiglia     Ruolo negli acquisti  
Fam, con figli > 12 anni 33%   Responsabile 74,2%
Fam. con figli < 12 anni 21,7% Altro 25,8%
Coppia 26,7%   Tipologia del rispondente  
Single 18,6%   Consumatore 79,3%
Operatore 20,7%

Ne emerge il profilo identitario di un consumatore fortemente sensibile tanto alle esigenze di informazione sulle etichette, che alla preferenza per l’italianità dei prodotti da acquistare, e caratterizzato da: una prevalente localizzazione al Nord Italia, età ed istruzione medie, e da un’attività genitoriale in corso da anni.

Cosa fare ora?
Il Ministero ha risposto alla tutela delle esigenze manifestate dalla consultazione con la incoraggiante rassicurazione di un deciso impegno per il ripristino dell’obbligo di indicazione dello stabilimento di produzione in etichetta, mirato sia alla modifica del Regolamento 1169, per l’inserimento obbligatorio di tale luogo di produzione, sia alla collaborazione con i tecnici della Commissione UE per potere introdurre una norma nazionale che in tal senso valga in Italia. Ai sensi dell’art 45 del citato Reg. l’Italia potrà adottare tali nuove eventuali disposizioni solo tre mesi dopo la loro notifica alla Commissione, purché non abbia nel frattempo ricevuto un parere negativo. Nel generalizzato – e talora strumentalizzato - vociare che di tale punto ne hanno fatto i media - ci si è quasi sempre dimenticati di specificare che l’art 26 - comma 2 e 3 - del citato Reg. lascia comunque aperto uno spiraglio al quale idoneamente riferirsi quando si intenda discutere di prodotti Made in Italy, e che così recita:
2. L’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza è obbligatoria: a) nel caso in cui l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento, in particolare se le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta nel loro insieme potrebbero altrimenti far pensare che l’alimento abbia un differente paese d’origine o luogo di provenienza; 3. Quando il paese d’origine o il luogo di provenienza di un alimento è indicato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario: a) è indicato anche il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario; oppure b) il paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario è indicato come diverso da quello dell’alimento.
Ad esempio, in una linea di prodotti alimentari tutti tutti fabbricati in Italia ad eccezione di uno (Y) - e confezionati anche tutti allo stesso modo - a nostro avviso sarebbe obbligatorio segnalare al consumatore l’eccezione di Y, prodotto nel paese X, indicando in etichetta sede ed indirizzo postale.
Da ricordare poi che il tema dello stabilimento di produzione assume importanza sia ai fini di una compiuta conoscenza della filiera di produzione, sia quando si parla di grandi multinazionali alimentari che producono ancora molto del loro fatturato in paesi extra UE – anche se taluni magari prossimi ad entrarci - ma nei quali non sono ancora vigenti gli standard igienico-sanitari da noi presenti da tempo, e a motivo dei quali quindi può manifestarsi un rischio di insorgenza di allerta alimentari, comparativamente ben più elevato che se la produzione fosse fatta in Italia (si vedano i costanti avvertimenti de Il Fatto Alimentare a questo riguardo).
Il problema è reso più cogente ancora una volta dalla gestione del negoziato TTIP, ma soprattutto per prendere atto che, come qualcuno ha già autorevolmente ammesso, sono troppo elevate le diversità nel modello di sviluppo che i vari paesi membri hanno deciso di percorrere.
Nel generale rispetto della regola della reciprocità – e soprattutto del bilanciamento degli impegni negoziali - verrebbe spontaneo ritenere che la prima azione da intraprendere al riguardo debba essere quella di concordare l’obbligo dell’indicazione di origine sui prodotti dello import/export, datosi che – tra l’altro - gli USA dispongono da tempo di tale normativa.
Ma l’enorme difficoltà a raggiungere tale esito discende da una serie di precondizioni quali:
 
  1. gli USA sono in generale restii ad integrare nel proprio sistema le certificazioni di origine non preferenziale di matrice UE, per la maggiore severità normativa di queste ultime (N1), e che per questo renderebbero meno competitive le merci di origine statunitense;
  2. in secondo luogo, quand’anche la si riuscisse in qualche modo a fare passare a determinate condizioni, dovrebbe trattarsi di condizioni compatibili con gli accordi che gli USA hanno già preso con il WTO, in merito alle modalità per l’indicazione di origine.
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 (N1) La normativa sull’origine non preferenziale - disciplinata dal Codice Doganale Comunitario - nell’intento di individuare (art 36) il paese di origine di una merce alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi, stabilisce che: il prodotto è originario del paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione sostanziale. Vi è generalizzato consenso nel ritenere che l’aggettivo sostanziale debba riferirsi ad una trasformazione /lavorazione che si concluda con la fabbricazione di un prodotto nuovo (relativo appunto ad una nuova voce doganale), ovvero che fornisca un contributo significativo al valore aggiunto del prodotto finito. La significatività del contributo viene considerata tale se genericamente prossima al 50% del prezzo franco fabbrica - e già anni orsono la Comunità aveva emanato note esplicative in merito, concernenti in particolare il Protocollo n 4 degli accordi Europei: 1999/C 90/07 (ved GUCE del 31/03/1999) - ma nel concreto è preferibile verificare con l’Agenzia delle Dogane tale percentuale di contributo significativo al Val.Agg., potendo variare a seconda della tipologia di prodotto.
Un uso della quota di valore aggiunto a fini di politica commerciale è quello posto in atto dalla Svizzera (ved. il Sole24Ore del 3/4/2015). Nell’intento di difendere dalla contraffazione la sua produzione di orologi, ha in previsione di ampliare nei prossimi anni la quota percentuale di valore proveniente dal territorio nazionale che un prodotto deve avere per potersi qualificare Swissmade, attualmente già rilevante: 60%.