Proposte nuove norme in tema di Agropirateria

31 gennaio 2016

È dello scorso 13 gennaio 2016 la proposta del Presidente del Consiglio di un cambiamento di denominazione del dicastero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (Mipaaf) in Ministero dell'Agroalimentare e - stando al comunicato ufficiale - si comprende che, secondo il Governo, “agroalimentare” va inteso anche nell’accezione di “agrobusiness”, cioè di industria agroalimentare.
Il settore agroalimentare rappresenta una quota rilevante dell’export del nostro Paese ed è un ambito nel quale il Made in Italy è sinonimo di alta qualità del prodotto. Proprio per tale ragione la locuzione “Made in Italy” è oramai sempre più abusata nel panorama internazionale del settore agro-alimentare, ove la contraffazione assume proporzioni di notevole rilievo.
La popolarità del patrimonio agroalimentare italiano ha inoltre avuto quale conseguenza la crescita di un’economia gastronomica parallela che, sottraendo quote di mercato ai prodotti tutelati, sta determinando pesanti danni alle aziende italiane: non solo vestiti e cd musicali dunque, i prodotti nostrani contraffatti si possono trovare pure tra gli scaffali del supermercato.
È proprio l’unicità e la qualità dei prodotti nostrani a scatenare infatti l’attenzione e gli interessi della criminalità (organizzata e non, nazionale e internazionale), che negli anni ha intensificato le attività illegali proprio in questo settore, realizzando numerose fattispecie di reato, quali: contraffazioni, falsificazioni, alterazioni, sofisticazioni, adulterazioni. I fenomeni fraudolenti connessi all’Agropirateria del Made in Italy, sia che si manifestino nella forma classica della falsa identità merceologica, della contraffazione delle scadenze, della falsificata identità geografica, sia che si realizzino – a nostro avviso – anche nelle forme più sfumate di imitazione ed accentuata evocazione di un prodotto (cd Italian Sounding ), sono finalizzati al conseguimento di un vantaggio implicante situazioni di concorrenza sleale che alterano il normale gioco competitivo.
Per dare un’idea concreta del mercato della agropirateria, basti pensare che, nel quinquennio 2009/2013, i soli Reparti della Guardia di Finanza hanno sottoposto a sequestro circa 32 mila tonnellate e quasi 38 mila litri di prodotti alimentari contraffatti - o comunque recanti un’etichettatura ingannevole sull’origine o sulla qualità del prodotto - con un giro di affari parallelo e crescente di miliardi di euro.
Le difficoltà del contrasto al fenomeno si manifestano nella loro interezza laddove la condizione di illegalità legata ai fenomeni descritti si realizza nelle forme più sfumate ed enigmatiche, e laddove la relativa disciplina normativa risulta lacunosa.
Fondamentale è dunque analizzare cosa prevede l'attuale ordinamento giuridico nazionale e internazionale per sanzionare il reato di contraffazione di prodotti italiani e quali sono gli ulteriori potenziali interventi giuridici che potrebbero garantire una ancor più incisiva limitazione del fenomeno.
Nell’Unione Europea sono già in atto ampi controlli e una legislazione atti a controllare la tracciabilità e l’etichettatura del cibo. La Commissione Europea ha inoltre predisposto un piano d’azione per affrontare le carenze individuate nella filiera alimentare che è stato utilizzato come base per la proposta di risoluzione del Parlamento Europeo sulle frodi alimentari e sul controllo della catena alimentare (2013/2091(INI)).
Se a livello comunitario è inoltre riconosciuta la tutela dei prodotti a denominazione di origine, siffatta tutela non esiste ancora fuori dal territorio dell’Unione, ed è quindi interesse prioritario del nostro paese e dell’UE riuscire a ottenerne un mutuo riconoscimento a livello internazionale.
In una fase interlocutoria quale quella attuale, per quanto concerne l’Italia un recentissimo intervento è venuto da un gruppo di trentaquattro senatori che, lo scorso 25 novembre 2015, hanno depositato in Senato un Disegno Di Legge volto a proporre delle modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in materia di illeciti nel settore agroalimentare.
Nell'individuare il senso e i possibili effetti di questa iniziativa legislativa, occorre collocarla all’interno della normativa nazionale che negli ultimi anni ha più volte impegnato il legislatore italiano nei temi della tutela e valorizzazione del Made in Italy. Esaminandone i tratti salienti, è
bene sin d'ora ricordare come la contraffazione alimentare può riguardare sia la falsificazione dell’alimento sia la falsificazione del marchio. Il primo dei due ambiti - che esula della presente trattazione - interessa le frodi di natura qualitativa, che consistono nella modificazione dell’alimento mediante l’aggiunta o la sottrazione di elementi che naturalmente lo compongono. Il secondo ambito è quello delle c.d. frodi sull’origine, che - ricomprendendo il più ampio concetto di Made in Italy - riguarda la contraffazione del marchio di fabbrica ovvero dell'indicazione della provenienza geografica o della denominazione d'origine.
Per quanto attiene al marchio di fabbrica, lo stesso ha la funzione di identificare la provenienza del prodotto da un determinato imprenditore e distinguerlo da quello di altro produttore, sia italiano sia estero. La contraffazione del predetto segno distintivo è punita dall’art. 473 c.p., che sanziona anche il soggetto che, pur non essendo concorso nella contraffazione, faccia uso del marchio contraffatto N1 .
L’art. 474 c.p . punisce inoltre chi, fuori dalle ipotesi di concorso nel reato di cui all’art. 473 c.p., introduca nel territorio dello stato o faccia commercio di prodotti industriali con marchi contraffatti N1.
Inoltre, la Legge 99/2009, agli articoli 15, 16 e 17, è intervenuta anche in materia di tutela dei diritti della proprietà intellettuale e di contrasto alla contraffazione, inasprendo le sanzioni sia penali che pecuniarie stabilite dagli articoli 473 e 474 c.p., e introducendo, con l’articolo 474-bis c.p., l’istituto della cosiddetta “confisca per equivalente”. L’Autorità Giudiziaria può in tal modo procedere alla confisca dei beni contraffatti - che sono serviti a commettere il reato - e dei relativi profitti, a chiunque appartengano, stabilendo che quando non è possibile eseguire tale provvedimento, si procede alla confisca dei beni che sono nella disponibilità del colpevole in misura equivalente.
Non rientrano invece fra i marchi le denominazioni di origine protetta (D.O.P.) e le indicazioni geografiche protette (I.G.P), poiché non hanno la funzione di distinguere il prodotto di una impresa da quello di altra impresa, ma identificano un paese, una regione o una località quando siano adottate per individuare un prodotto che ne sia originario N2 .
La norma sanzionatoria di siffatte condotte è l’art. 517-quater c.p., che sanziona con la reclusione chiunque contraffà o comunque altera indicazioni geografiche o denominazioni di origine di prodotti agroalimentari e chi introduce nel territorio dello Stato, detiene per la vendita o vende i predetti prodotti.
Ulteriori aspetti rilevanti in tema di contraffazione in ambito agroalimentare: quello che - a tutela del marchio Made in Italy - riguarda la commercializzazione di prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza o di origine, sanzionato dai comma 49 ss dell'art. 4 della Legge 350/2003, e quello di cui all'art. 517 c.p. che punisce chiunque destini alla vendita o metta in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti a indurre in inganno il compratore sull’origine, la provenienza o la qualità dell’opera o del prodotto. Per importanti approfondimenti al riguardo si veda la nota N3.
Per quanto concerne l’aspetto sanzionatorio, il comma 49 sanziona, con un rimando a fini di pena all’art. 517 c.p .Vendita di prodotti industriali con segni mendaci»), l’importazione, l’esportazione, la commercializzazione di prodotti recanti false o fallaci indicazioni di origine o di provenienza. Per meglio comprendere il collegamento tra tale articolo di legge e la stampigliatura “Made in Italy”, si veda la nota N4 .
-Il Disegno di Legge n. 2146: Modifiche al codice penale e di procedura penale in materia di contrasto ai reati nel settore agroalimentare
Sebbene la normativa nazionale sinora passata in rassegna possa sembrare ampia ed esaustiva, stante il dilagare della contraffazione il legislatore ha sentito la necessità di intervenire mediante il citato Disegno Di Legge, mirato ad un contrasto ancor più significativa nei confronti di tutti quei reati che incidono sulla contraffazione dei marchi di qualità.
La proposta legislativa, ora al vaglio di Palazzo Madama, mira essenzialmente a rafforzare l'apparato sanzionatorio penale esistente, estendendo alle ipotesi previste dagli articoli 517, 517-bis e 517-quater c.p., l’applicazione di taluni istituti già previsti per altre ipotesi di reato ritenute di elevato disvalore giuridico.
Con l’aggiunta, al 517 quater, del 517 quater 1, le sanzioni proposte nel Disegno Di Legge vanno dalla « interdizione per un periodo dai cinque ai dieci anni dalla professione, arte, industria e commercio» fino alla « sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze, o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito, nonché l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per lo stesso periodo ».
Si tratta di azioni mirate, il cui obiettivo è quello della tutela dei produttori italiani che agiscono nel rispetto della normativa e ancor più quella dei cittadini quali consumatori dei prodotti. Per il perseguimento di siffatta finalità, è stata prevista l'adozione di una serie di misure in grado di rendere più efficace l'azione degli inquirenti e delle forze di pubblica sicurezza nel contrasto alle fattispecie delittuose richiamate.
In particolare il DDL prevede -in ipotesi di condanna per reato di contraffazione delle denominazioni geografiche e delle indicazioni geografiche- l’applicazione delle sanzioni interdittive previste dalla Legge 231/2001, la pubblicazione della sentenza, l’inclusione delle condotte di contraffazione delle denominazioni geografiche e delle indicazioni geografiche tra i reati associativi di competenza della D.I.A e l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche per le indagini relative alle fattispecie di cui agli articoli 517 e 517-bis c.p.
Il diritto dei produttori di veder tutelato il proprio prodotto dalla concorrenza sleale di un mercato nero potrà infatti essere garantita solamente attraverso una giustizia celere, e l'introduzione di strumenti giuridici di rapidi attuazione risultano di fondamentale rilevanza per dare fiducia ai produttori corretti.
È infine opportuno ricordare che il predetto Disegno Di Legge potrebbe andare ad integrarsi con un molto più corposo ed organico disegno di legge, completato dalla Commissione ministeriale sui reati agrolimentari presieduta dall'ex procuratore Giancarlo Caselli, e consegnato al ministro della Giustizia Andrea Orlando, volto anch’esso all'introduzione di «Nuove norme in materia di reati agroalimentari». L’auspicio è dunque quello che tali proposte divengano oggetto di discussione parlamentare al più presto..
Tuttavia, poiché l'ampiezza e complessità della materia oggetto di tale secondo disegno di legge lasciano facilmente prevedere che i tempi di esame ed approvazione non saranno di certo rapidi, si auspica che invece gli inasprimenti sanzionatori di cui al suddetto DdL n 2146 possano essere varati velocemente per dare fin da subito agli inquirenti strumenti di tutela più efficaci, nell'attesa di un ancor più completa ed organica trattazione delle problematiche in questione.
Tutelare la cultura gastronomica e i prodotti agroalimentari italiani, e valorizzare appieno questo ricchissimo patrimonio difendendo l’alta qualità, la sicurezza e la specificità delle nostre produzioni deve essere uno degli obiettivi prioritari dell'azione di Governo.
E, però, in conclusione, si sottolinea come - per vincere la sfida dei mercati mondiali - è necessario essere consapevoli che affidarsi alla sola elevata qualità dei prodotti italiani non è sufficiente, dato che occorre anche saperla promuovere nel modo migliore sui mercati internazionali, difendendola da ogni tentativo di imitazione e contraffazione e, a tale fine, avvalendosi anche – laddove possibile - delle norme da porre negli accordi internazionali di libero scambio.

Francesca Morello
Dott.ssa in Giurisprudenza con specializzazione in Scienze Forensi

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N1 Al riguardo è inoltre il caso di ricordare il fatto che, trattandosi di fattispecie dolosa, chi faccia uso del marchio contraffatto deve avere consapevolezza circa la contraffazione.
N2 Sia l'indicazione D.O.P che I.G.P. -a differenza del marchio- andranno dunque a designare i prodotti di una pluralità di aziende, che continueranno altresì a utilizzare il proprio marchio di fabbrica.
N3 La Corte di Cassazione al riguardo ha avuto modo di precisare che, per la configurabilità del reato di cui all’art. 517 c.p., non sono richiesti la registrazione o il riconoscimento di un marchio né, tantomeno, la sua effettiva contraffazione o la concreta induzione in errore dell’acquirente sul prodotto acquistato, essendo sufficiente la mera attitudine a trarre in inganno il consumatore sulle caratteristiche essenziali del prodotto (Sez. III n. 23819, 9 giugno 2009) e che il bene giuridico oggetto di tutela non è l’interesse dei consumatori o quello degli altri produttori, ma quello generale attinente all’ordine economico, tanto che la messa in vendita o in circolazione di prodotti con segni mendaci determina, di per sé, una lesione effettiva e non meramente potenziale della lealtà degli scambi commerciali (Sez. III n. 2003 15 gennaio 2008).
Tali principi trovano peraltro riscontro nella collocazione del reato nel Codice Penale tra i delitti contro l’industria e commercio (Tit. VIII, Lib. II), diversamente da quelli di contraffazione, alterazione o uso di marchi o segni distintivi ovvero di brevetti modelli e disegni (articolo 473 c.p.) e di introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi (articolo 474 c.p.) inseriti tra i delitti contro la fede pubblica (Tit. VII, Lib. II).
Merita infine menzione il fatto che la normativa, a differenza di quanto avviene per gli altri settori - in cui l’origine richiama la provenienza da un determinato imprenditore che è garante della qualità del prodotto - in ambito alimentare rimanda invece alla provenienza da un territorio determinato. Di ciò fa espressa menzione il comma 49-bis della suddetta Legge 350/2003, quando stabilisce che « Per i prodotti alimentari per effettiva origine si intende il luogo di coltivazione e di allevamento della materia prima agricola utilizzata nella produzione e nella preparazione dei prodotti e il luogo in cui è avvenuta la trasformazione sostanziale ».
N4 Vi si specifica, in particolare, che « costituisce falsa indicazione la stampigliatura made in Italy su prodotti e merci non originari dell’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine; costituisce fallace indicazione, anche qualora sia indicata l’origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci, l’uso di segni, figure o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana, incluso l’uso fallace o fuorviante di marchi aziendali ai sensi della disciplina sulle pratiche commerciali ingannevoli fatto salvo quanto previsto dal comma 49 bis ».