Patent Box: l’importante agevolazione fiscale alle attivita’ di innovazione che riguardano anche marchi, design, software, ecc.
(Seconda parte)

31 gennaio 2016

Un aspetto della nuova normativa sul Patent Box che risulta estremamente interessante è quello concernente la definizione di bene immateriale (articolo 6 del Decreto Attuativo).
Recita testualmente detta disposizione:
"L'opzione ha ad oggetto in redditi derivanti dall'utilizzo di:

  • Software coperto da copyright;
  • brevetti industriali siano essi concessi o in corso di concessione, ivi inclusi: i brevetti per invenzione, ivi comprese le invenzioni biotecnologiche e i relativi certificati complementari di protezione, i brevetti per modello d'utilità nonchè i brevetti e certificati per varietà vegetali e le topografie di prodotti a semiconduttori;
  • marchi d'impresa (ivi inclusi i marchi collettivi), siano essi registrati o in corso di registrazione;
  • disegni e modelli, giuridicamente tutelabili;
  • informazioni aziendali ed esperienze tecnico-industriali, comprese quelle commerciali o scientifiche proteggibili come informazioni segrete, giuridicamente tutelabili".
Questa ultima previsione, in particolare, rappresenta - quanto meno da un punto di vista industrialistico - un punto qualificante del Patent Box italiano.
Possiamo, nel seguito dell'esposizione, riassumere il concetto complessivo di "informazioni" ed "esperienze" di cui alla norma nel termine Know-how.
Il Know-how, nell'economia del nostro Paese, ha un ruolo affatto peculiare ed un peso estremamente considerevole.
Le imprese italiane, infatti, sia per le loro caratteristiche dimensionali sia per un retaggio di natura culturale, sono caratterizzate da un elevato quoziente di proprietà intellettuale sommersa, vale a dire da un patrimonio conoscitivo particolarmente diffuso e non esplicitato.
In altri termini, mentre le imprese degli altri Paesi del mondo occidentale hanno mediamente una maggiore sensibilità rispetto alla brevettazione dell'innovazione realizzata in azienda, quelle italiane tendono a non valorizzare, a non codificare e a non portare verso l'esterno i propri giacimenti di conoscenza.
Le nostre imprese, insomma, si contraddistinguono per un significativo tasso di creatività ed innovatività, ma per un parzialmente basso indice di brevettazione: larga parte della conoscenza tecnica e commerciale rimane al chiuso, in uno stato semiliquido di patrimonio conoscitivo aziendale.
Ecco, dunque, che nel nostro Paese il Know-how gioca un ruolo particolarmente ampio e centrale.
La disciplina del Know-how presenta poi, in punto di diritto, delle difficoltà del tutto specifiche e di grande delicatezza.
Nell'ambito del nostro ordinamento, infatti, vengono in rilievo due distinte normative riguardanti il Know-how: gli articoli 98 e 99 del Codice della Proprietà Industriale e l'articolo 1 del Regolamento CE 316/2014, che ha sostituito il Regolamento CE 772/2004.
L'articolo 98 del Codice della Proprietà Industriale prevede che possano costituire " oggetto di tutela le informazioni aziendali e le esperienze tecnico-industriali, comprese quelle commerciali, soggette al legittimo controllo del detentore, ove tali informazioni: a) siano segrete …; b) abbiano valore economico in quanto segrete; c) siano sottoposte, da parte delle persone al cui legittimo controllo sono soggette, a misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete ".
L'articolo 1 del Regolamento CE 316/2014, invece, definisce il know-how quale " il patrimonio di conoscenze pratiche, derivanti da esperienze e da prove, che è (i) segreto, vale a dire non generalmente noto, né facilmente accessibile; ii) sostanziale, vale a dire significativo e utile per la produzione dei prodotti contrattuali; e iii) individuato, vale dire descritto in modo sufficientemente esauriente, tale da consentire di verificare se risponde ai criteri di segretezza e sostanzialità ".
Appare evidente che le due concezioni di know-how non sono perfettamente coincidenti e che le differenze sono scavate soprattutto dai diversi profili dei requisiti rispettivamente sub b) e ii).
Mentre la normativa nazionale, infatti, prevede che le informazioni de quibus debbano avere un valore economico strettamente connesso alla loro segretezza, la disposizione comunitaria stabilisce che per dette informazioni deve essere considerato sufficiente il carattere della sostanzialità, nel senso che devono rivestire una utilità sostanziale - in quanto tali, non esclusivamente in virtù della propria natura segreta - ai fini della produzione.
Inoltre, mentre la norma interna al punto c) pone un'attenzione particolarmente acuta rispetto alle misure di secretazione, il testo comunitario al punto iii) si concentra sul più blando requisito della "individuatezza", nel senso di sufficienza della descrizione.
Il know-how di stampo comunitario, insomma, sembra sotto diversi aspetti maggiormente elastico ed a maglie più larghe rispetto a quello italiano.
Una simile situazione, per qualche verso, sembra rispecchiare il contrasto esistente nella dottrina giuridica, nell'ambito della quale si confrontano le due visioni di un know-how in senso ampio (comprendente qualunque tipo di conoscenza o esperienza, non necessariamente segreta, relativa al settore industriale o commerciale, tale da portare miglioramenti alle tecniche produttive o di distribuzione, sfruttata dall'impresa senza essere brevettata) e di un know-how in senso stretto (costituito dalle conoscenze tecniche, le esperienze, gli accorgimenti, suscettibili o non di brevettazione, che presentano i caratteri della novità e della segretezza).
L'articolo 6 del Decreto Attuativo del Patent Box, invero, accede ad una nozione di know-how piuttosto estesa e parzialmente conforme alla disciplina comunitaria dell'istituto.
Nella disposizione, infatti, il know-how appare come organizzato e codificato in due cerchi concentrici: uno più largo, includente tutte le "informazioni aziendali ed esperienze tecnico-industriali … giuridicamente tutelabili", ed uno più stretto, comprendente le informazioni " commerciali o scientifiche proteggibili come informazioni segrete".
A livello industrialistico, in buona sostanza, la cifra di fondo più peculiare del Patent Box italiano - considerate anche le previsioni in tema di marchi e design (articolo 6, punti iii e iv, del Decreto Attuativo) - sembra consistere nella sua ampiezza sostanziale.
Un simile indirizzo, che verosimilmente dovrà superare il vaglio della conformità alla legislazione comunitaria in materia di aiuti di Stato, appare astrattamente condivisibile sotto diversi profili.
In primo luogo, riteniamo, la larghezza del nostro Patent Box è stata considerata una scelta in larga parte dettata dalla necessità, al fine di rendere il sistema italiano appetibile e competitivo nel confronto con quelli di altri Paesi, più convenienti in termini di fiscalità e di efficienza amministrativa.
L'ampiezza del Patent Box, come abbiamo già detto, risulta poi particolarmente conforme alle caratteristiche del tessuto imprenditoriale italiano, contraddistinto dalla presenza di un elevato numero di PMI e comunque caratterizzato da una proprietà intellettuale diffusa e sommersa.
Su una prospettiva più a largo raggio, l'approccio della normativa in esame appare in linea con gli attuali orientamenti dell'OCSE; nel recente rapporto "Enquiries into Intellectual Property's Economic Impact", in particolare, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha posto l'accento sulla centralità per la crescita del concetto di "Knowledge-based capital", con tale termine intendendosi una nozione di capitale intellettuale contraddistinta da una particolare forma di ampiezza e omnicomprensività.


Avv. Alberto Improda
Studio Legale Improda
Avvocati - Associati