Il Patent Box tra Ocse e Italia

10 aprile 2016

Il Patent Box, come noto, consiste in un regime opzionale di tassazione agevolata, in favore delle imprese, sui redditi derivanti dall’utilizzo di beni immateriali.
Tale strumento vige da anni in numerosi Paesi ed è oggetto di studio da parte di organismi nazionali e internazionali. E l’OCSE, in particolare, in data 5 ottobre 2015 ha presentato la versione finale del Progetto BEPS – Base Erosion and Profit Shifiting, un piano multi-action intrapreso nel 2013 sulla base delle indicazioni fornite dal G20, finalizzato a contrastare il fenomeno della evasione ed elusione fiscale da parte delle aziende multinazionali.

Il piano BEPS si articola su 15 Raccomandazioni, definite “Actions”, concernenti le principali tematiche della fiscalità internazionale, dal transfer pricing alla stabile organizzazione, dalla finanza ibrida all’abuso dei trattati, dalle controlled foreign companies alla digital economy.

Per quanto riguarda il Patent Box, rilieva quanto indicato nel l’Action 5 “Countering Harmful Tax Practices More Effectively, Taking into Account Transparency and Substance”, che tra l’altro prevede l’esclusione dei marchi e del know-how (con una parziale eccezione per le piccole imprese) dal novero dei beni intangibili rientranti nel regime agevolativo.

La posizione OCSE nasce da una diffidenza di fondo nei confronti degli interventi a sostegno degli asset immateriali: da un lato, a dette misure si guarda sempre con sospetto, potendo essere esse utilizzate per erodere strumentalmente la base imponibile; dall’altro, però, non si può non riconoscere che le IP-intensive industries rappresentano per l’economia un importante fattore di crescita e di sviluppo.

Diviene così dirimente a questo proposito il significato da attribuirsi alla “Substantial Activity”, nel senso che le agevolazioni de quibus vengono riservate solo alle aziende che effettivamente svolgono attività di ricerca e sviluppo.

Al fine di individuare correttamente i soggetti che pongono in essere detta Substantial Activity, è stato elaborato il concetto di “Nexus Approach”, il cui assunto di fondo è che tra il reddito agevolabile e la spesa qualificata in R&D deve necessariamente sussistere un nesso diretto.

L’impostazione dell’OCSE, riguardo all’ambito oggettivo di operatività delle agevolazioni, si caratterizza per una visione piuttosto restrittiva, che conduce ad una disciplina del Patent Box particolarmente incentrata sul profilo tecnologico dell’impresa.

Ai sensi dell’Action 5, infatti, gli unici beni intangibili suscettibili di risultare “non-obvious”, “useful” e “novel” sono il brevetto per invenzione e le privative ad esso assimilabili.

Il marchio e il know-how sono invece ritenuti asset immateriali tali da determinare regimi fiscali “harmful”, non compatibili con i principi di tassazione internazionale di cui al Progetto BEPS.

In Italia il Patent Box è stato introdotto con la Legge di Stabilità 2015 (art. 1, commi 37-45, l. 23 dicembre 2014, n. 190), con modifiche apportate dal cosiddetto Investment Compact (art. 5, d.l. 24 gennaio 2015, n. 3) e dalla Legge di Stabilità 2016 (art. 1, comma 148, l. 30 dicembre 2015, n. 208), con disposizioni attuative ex decreto ministeriale del MISE e del MEF in data 30 luglio 2015.

La più peculiare caratteristica del Patent Box Italiano, come scaturente dal combinato disposto dei suddetti interventi normativi, risiede nella particolare ampiezza del suo ambito di operatività. Ai sensi dell’articolo 6, comma 1, del decreto ministeriale attuativo, infatti, il regime opzionale riguarda i redditi derivanti dall’utilizzo di: i) software protetto da copyright; ii) brevetti per invenzione, brevetti per modello di utilità e privative analoghe; iii) marchi di impresa, inclusi i marchi collettivi; iv) disegni e modelli, giuridicamente tutelabili; v) know-how aziendale, in una accezione decisamente estesa.

La via italiana al Patent Box, pertanto, include tra i beni immateriali oggetto della misura agevolativa sia gli IPR più strettamente collegati alla dimensione tecnologica dell’azienda, sia gli intangibili attinenti in senso lato ai profili estetici, culturali e commerciali dell’impresa.

Allo stato, insomma, esiste una situazione di non perfetta sovrapponibilità tra il Patent Box OCSE e il Patent Box Italiano, risultando quest’ultimo più ampio ed elastico rispetto al primo.

Tra i due regimi, peraltro, non sussiste soltanto una differenza di ordine “quantitativo”, ma intercorre anche una distinzione di natura “sostanziale”: il Patent Box OCSE, infatti, si basa su una concezione piuttosto ristretta della conoscenza agevolabile, limitata alle cognizioni aziendali di carattere squisitamente tecnico; il Patent Box Italiano, di contro, si caratterizza per una visione più larga, fondata su una concezione della conoscenza esistente nell’impresa maggiormente estesa e omnicomprensiva.

Per compiere qualche appropriata riflessione in merito alle differenze e alle distinzioni sopra accennate, appare il caso di calare il discorso nel contesto economico in cui oggi dette disposizioni sono chiamate ad operare.

La società contemporanea viene considerata, in maniera sostanzialmente pacifica, come caratterizzata dalla cosiddetta Economia della Conoscenza. Anche se, riguardo alla definizione di Economia della Conoscenza, non esiste di contro una unanimità di opinioni.

Si ritiene un punto fermo, tuttavia, il fatto che nella Economia della Conoscenza rivestono un ruolo di inedita centralità – all’esito di quella che è stata detta una epocale “soft revolution” - una serie di beni definiti “immateriali”, “soffici” o “intangibili”, complessivamente riconducibili sotto il concetto di Patrimonio Immateriale.

E, in ambito aziendale, pur con l’approssimazione propria di qualunque classificazione generica, il Patrimonio Immateriale può essere visto come l’insieme di tre distinte componenti: i) il Capitale Umano; ii) il Capitale Strutturale; iii) il Capitale Relazionale.

Il Capitale Umano, in primo luogo, viene comunemente inteso come il complesso di conoscenze professionali, attitudini mentali, esperienze personali, doti caratteriali, capacità motivazionali e di apprendimento presenti nell’impresa.

Il Capitale Strutturale, poi, riguarda il patrimonio conoscitivo dell’azienda in senso più strettamente tecnico, ricomprendendo i modelli organizzativi, i metodi produttivi, i protocolli operativi, le banche dati, il know-how diffuso e il vero e proprio portafoglio di proprietà intellettuale (marchi, brevetti, design, etc.).

Il Capitale Relazionale, infine, concerne il patrimonio conoscitivo dell’impresa riflesso nelle relazioni verso l’esterno, compresi i rapporti con la clientela e con i canali di distribuzione, l’immagina dell’azienda, l’identità dell’impresa, la sua reputazione e quella dei suoi prodotti.

Nell’attuale contesto economico, dunque, il Patrimonio Immateriale delle aziende abbraccia un ampio spettro di risorse, asset e informazioni, dalle caratteristiche e dai contenuti particolarmente ampi e diversificati. In buona sostanza, a nostro avviso,nelle imprese oggi assume una fondamentale importanza - ai fini della loro competitività - un unico, grande, diffuso, pervasivo e trasversale bene intangibile, quasi un meta-IPR: la Conoscenza tout court.

A ben vedere, tale circostanza trova conferma anche in un fenomeno in atto nel mondo della proprietà intellettuale ormai da alcuni decenni, una cui compiuta trattazione naturalmente travalicherebbe la natura e la portata del presente scritto, vale a dire il processo di progressivo avvicinamento in essere tra i vari strumenti di IP, tradizionalmente ben distinti e finalizzati a svolgere funzioni nettamente diverse.

Negli ultimi lustri, volendo fare al riguardo solo qualche telegrafico accenno: il design si è allontanato dalla sua funzione più precipuamente estetica ed oggi risulta orientato verso il campo della innovatività, ma già con qualche avvisaglia di una sua ulteriore evoluzione in direzione del territorio della funzionalità (si pensi, ad esempio, al design biomorfico o biomimetico), quindi in fase di avvicinamento rispetto al confine con il brevetto per invenzione; il diritto d’autore ha abbandonato l’etereo universo della cultura in senso stretto, trovando sempre più spesso cittadinanza nel mondo dell’impresa (prendiamo in considerazione – tra l’altro- le tematiche attinenti al software, strumento a sua volta sempre più interessato dalle influenze del regime brevettuale);il marchio, poi, ha sempre meno a che fare con la sua storica funzione di mero indicatore di origine, mentre sempre di più diventa una sorta di indicatore valoriale, un catalizzatore della identità dell’azienda.

Nell’ambito della proprietà intellettuale, dunque, pare in corso un significativo fenomeno evolutivo,con i tradizionali IPR che progressivamente si svincolano dalle proprie tradizionali funzioni esi muovono in maniera concentrica, tendendo a convergere nella tutela e nella promozione – come si accennava già sopra – di un unico, complesso e omnicomprensivo cespite immateriale: la Conoscenza, per l’appunto.

Si tratta, naturalmente, di un fenomeno ancora in fieri, sotto certi aspetti appena accennato, dai tempi di maturazione certamente lunghi e comunque non precisamente preventivabili. E tuttavia, a nostro avviso, parliamo di una linea di tendenza chiaramente riconoscibile ed incontrovertibilmente in atto, della quale bisogna tenere conto e con la quale occorre rapportarsi sin da adesso.

In questa prospettiva – dunque - il concetto di “Conoscenza Tecnica” sostenuto e promosso dall’OCSE ci appare piuttosto limitato, per qualche verso poco moderno e tendenzialmente di retroguardia.

L’esclusione di marchio e know-how dal novero dei beni immateriali utilizzabili ai fini del Patent Box, conseguentemente, non può che suscitare dubbi e perplessità.

La via italiana al Patent Box, invece, ci sembra più conforme alle caratteristiche strutturali e maggiormente in sintonia con le dinamiche di sviluppo che contraddistinguono la realtà del Terzo Millennio e, in particolare, l’Economia della Conoscenza . La peculiare ampiezza ed elasticità della nostra normativa interna, infatti, pare cogliere con tempestività la linea di tendenza sopra appena evidenziata, vale a dire lo sviluppo nelle imprese di una sorta di nuovo meta-IPR, pervasivo ed omnicomprensivo, al tempo stesso assolutamente moderno ed estremamente antico: la Conoscenza.

ALBERTO IMPRODA - Studio Legale Improda - Avvocati Associati



UN APPROFONDIMENTO SULLE REGOLE DEL PATENT BOX IN ITALIA

Per maggiore informazione su requisiti e modalità applicative richieste in Italia per usufruire delle agevolazioni fiscali previste dal Patent Box , per gentile concessione della redazione del Corriere Comunicazioni di seguito riportiamo alcuni stralci dell’articolo di Domenico Aliperto: http://www.corrierecomunicazioni.it/digital/39856_patent-box-ecco-come-ottenere-gli-sgravi-sui-beni-immateriali.htm , nei quali, in grassetto, abbiamo evidenziato alcuni dei punti di maggiore rilevanza a nostro avviso.

Di Patent box si parla da circa un anno, da quando il decreto ad hoc fu inserito nella Legge di Stabilità 2015. Ma si può dire che sia entrato davvero nel vivo solo a dicembre, quando l'Agenzia delle Entrate, con la circolare 36/E, ha delineato i parametri in base ai quali le aziende possono richiedere sgravi su brevetti, proprietà intellettuali e marchi. Semplificato così, il nuovo strumento potrebbe sembrare un facile escamotage per ottenere sconti fiscali inserendo in sede di dichiarazione asset intangibili a prescindere dal fatto che siano rilevanti o meno per la salute o la crescita dell'impresa. Non è così. Per come è congegnato il dispositivo, chi vuole accedere allo sgravio deve di fatto dimostrare che l'innovazione e gli sforzi in ricerca e sviluppo legati ai beni immateriali di valore sono parte integrante della linea strategica del business …………….

……Ma di cosa si tratta effettivamente? “Il Patent box ha l'obiettivo di incentivare l’attrattività dell’Italia attraverso il rafforzamento degli investimenti in ricerca e sviluppo e di promuovere la ricollocazione dei beni immateriali nel mercato nazionale”, ha spiegato Lucilla Lanciotti, vicepresidente di Technetic.

Per beni immateriali si intendono software protetti da copyright o diritto d’autore (non necessariamente registrati), beni titolati, come brevetti industriali concessi o in corso di concessione, marchi di impresa, anche collettivi, registrati o in corso di registrazione, disegni o modelli e infine “know how”, ovvero processi, formule e informazioni relativi a esperienze acquisite nel campo industriale e scientifico giuridicamente tutelabili, dotati di valore economico e adeguatamente protetti da misure che atte a mantenerli segreti. “ Una volta identificati i beni immateriali, bisogna quantificare il reddito agevolabile e calcolare il beneficio fiscale ottenibile. Possono usufruirne tutti i soggetti, indipendentemente dalla dimensione aziendale. Ma attenzione: non è una misura agevolativa mordi e fuggi, bensì un impianto strutturale da valutare in senso strategico”, ha precisato Lanciotti.

Avere la disponibilità – o la licenza di sfruttamento da parte di un soggetto terzo – di un bene immateriale riconosciuto come tale è infatti solo il primo prerequisito. L'elemento cardine legato al Patent box è l'obbligatorietà di svolgere attività di ricerca e sviluppo volte ad accrescere il valore del bene immateriale. E non si parla solo del classico R&D interno: dal design al software, passando per le spese legali e anticontraffazione , fino alle ricerche di mercato, alla promozione e alla comunicazione, c'è un'enorme gamma di costi che possono figurare nello sconto fiscale.

Nei primi tre anni di applicazione della legge , ovvero fino al 2017, le aziende potranno fare istanza di sgravio in modo aggregato, a partire dal 2018 dovranno invece fornire traccia dei costi per singolo bene immateriale. Sono escluse dalla formazione del reddito le plusvalenze derivanti dalla cessione dei beni, a condizione che almeno il 90% del corrispettivo derivante dalla loro cessione sia reinvestito in manutenzione o sviluppo di altri asset prima della chiusura del secondo periodo d’imposta successivo a quello in cui si ha avuto luogo la cessione

Dal punto di vista tecnico, il meccanismo è piuttosto complesso, anche perché per lo sfruttamento diretto e indiretto delle licenze prevede il calcolo del cosiddetto Nexus ratio , un quoziente che stabilisce quanto effettivamente un'organizzazione investe risorse proprie per lo sviluppo dei beni immateriali e quanto invece li accresce attraverso contributi esterni”.