Contraffazione e ricettazione: il “consumo personale” legittima l’acquisto di merce contraffatta.
L’indebolimento - nei fatti - della tutela su un fenomeno - negli intenti - da sradicare.

10 aprile 2016

Dopo il recente intervento di depenalizzazione di alcuni reati e il concomitante incremento del fenomeno di contraffazione, la giurisprudenza dà manforte agli stakeholders di questo deprecabile covo di “falsari” e acquirenti di prodotti (con segni) falsi, adottando un atteggiamento che è coerente con il principio del favor rei ma, altresì, incoerente e poco confacente con gli intenti di recente espressi e condivisi in seno alla Commissione d’inchiesta della Camera dei Deputati dedicata alla lotta alla contraffazione.

La Suprema Corte, con sentenza n. 12870/2016, ha stabilito che l’acquirente di merce contraffatta, ove l’uso di quest’ultima sia meramente personale, non è imputabile a titolo di ricettazione. Per un migliore inquadramento della pronuncia e della vicenda a esso sottesa si consideri quanto segue.

Il fatto portato, in principio, all’attenzione del Giudice di prime cure, Tribunale di Lecce, era quello di un soggetto che era stato fermato, alla guida di un’autovettura, mentre trasportava circa 30 capi di abbigliamento di note marche recanti segni di contraffazione negli elementi ornamentali - quali loghi, etichette, cuciture e serigrafie - e compositivi, come materiale e tessuto. Costui, imputato e condannato dei delitti di cui agli art. 474 c.p. (introduzione nello Stato e commercio di prodotti falsi) e 648 c.p. (ricettazione) ha visto riformarsi detta condanna innanzi all’adita Corte d’Appello di Lecce, che ha ritenuto insussistente la condotta di cui alla prima norma citata, residuando il capo d’imputazione per ricettazione.


La vicenda giunge, poi, innanzi alla Corte di Cassazione per ricorso proposto dall’imputato, il quale denunciava l’erroneità della pronuncia resa in grado d’appello nella parte in cui aveva confermato la condanna per ricettazione. La difesa s’incentrava sull’essere, il ricorrente, un consumatore finale, così valendo la considerazione e il principio per cui la l’acquirente finale di un bene contraffatto risponde dell’illecito amministrativo di cui al D.L. 35/2005 e smi. e non di ricettazione , giusta la prevalenza della prima norma (prevalenza cd. soggettiva, cioè basata su qualità dell’individuo) sulla seconda.

La Cassazione esordisce con un’illustrazione invero corretta delle fattispecie normative rilevanti (artt. 473 - 474 - 648 c.p.; art. 17, D.L. 35/2005 e smi.) e degli orientamenti giurisprudenziali formatisi in punto.

Sinteticamente può dirsi che, prima del 2005, era pacifica la possibilità di configurare un concorso tra il delitto di “ introduzione nello Stato e commercio di prodotti falsi” (art. 474 c.p.) e quello di ricettazione (art. 648 c.p..), il che avviene allorquando un soggetto acquisti un bene contraffatto - dunque proveniente dal reato di contraffazione e configurante, per questo, ricettazione - e lo introduca nello Stato e/o lo detenga a fini commerciali, tale ultima condotta configurando il delitto di cui all’art. 474 c.p..

Si è detto prima del 2005, in quanto con il D.L. 35/2005 è stato introdotto, nel nostro ordinamento, un illecito amministrativo che inquadra la condotta di chi “acquirente finale”, acquista a qualsiasi titolo cose che, per qualità, prezzo o condizione di chi offre, inducano a ritenere violate le norme in materia di proprietà industriale.

Sulla base di questa nuova fattispecie è, dunque, sorta la questione se l’acquirente finale possa essere imputato a titolo di ricettazione ovvero risponda della più lieve fattispecie testé delineata.

Sul punto la Suprema Corte richiama la sentenza delle Sezioni Unite (22225/2012), che fornisce alla previa questione risposta negativa, a motivo del fatto che l’illecito amministrativo – individuando – specificatamente - il “soggetto attivo”, alias l’acquirente finale - prevale, in quanto ‘speciale’, sulla norma penale rubricata ‘Ricettazione’ (art. 648 c.p.). Viene inoltre debitamente precisato che per acquirente finale s’intende “ colui che non partecipa in alcun modo alla catena di produzione o di distribuzione e diffusione dei prodotti contraffatti, ma si limita ad acquistarli per uso personale ”.

Calandosi poi nel caso di specie, non prende alcuna posizione, rinviando la causa alla Corte d’Appello affinché determini a quale titolo di reato l’imputato possedesse la merce contraffatta e, dunque, se vi fosse o meno ricettazione.


La pronuncia, ora brevemente passata in rassegna, offre degli spunti importanti su cui riflettere e da opportunamente collegare all’intento legislativo che, un anno fa, sembrava emergente (proposta di legge n. 2847 del 26.01.15) e che ineriva proprio l’introduzione - all’interno del codice penale - di una fattispecie di reato contravvenzionale volta a colpire l’acquisto di merce contraffatta. A ben vedere la proposta contemplava, segnatamente, le fattispecie discorse dalla pronuncia della Suprema Corte: per questo, è lecito domandarsi quale sia il principio - rectius i principi - che governano un’altalenanza di statuizioni, legislative o giudiziali che siano.

Anzitutto, con specifico riguardo alla pronuncia sopra menzionata e affrontata, avere considerato “consumatore finale” l’imputato sembra irragionevole.

Questo, infatti, recava con sé quasi 30 capi contraffatti: a che scopo detenerne una simile quantità se non per una successiva diffusione e, dunque, vendita?

L’uso personale che vale a scriminare il delitto di ricettazione deve essere inteso restrittivamente e, comunque, indagato e appurato sulla base delle circostanze connotanti il fatto concreto; le quali ultime, nella specifica vicenda in parola, sembrano rivolte pressoché in maniera inequivoca verso la volontà di rivendere i capi (contraffatti) acquistati.

Più in generale, l’abbandonato intento legislativo e il blando trend giudiziale si pongono in netto contrasto con l’attestato incremento di episodi di contraffazione nel nostro Paese. I dati statistici elaborati da Confcommercio per l’anno 2015 evidenziano che un consumatore su quattro acquista merce contraffatta, specie abbigliamento, pelletteria e calzature; le ragioni, tratte dall’analisi incrociata dei dati statistici, sarebbero di natura economica (alias, risparmiare indossando capi di apparente valore e finitura).

Da non trascurare il fatto che il proliferare di simili fenomeni è aggravato dall’espansione dell’e-commerce per cui, se è divenuto più arduo acquistare/vendere prodotti contraffatti brevi manu e per la strada, è tanto più divenuto semplice procedervi tramite web.

Allora, il migliore modo per reprimere questo atteggiamento e snaturare l’intento economico che vi è alla base, è quello di potenziare - con statuizioni giurisprudenziali e provvedimenti legislativi - le conseguenze sanzionatorie.

Di contro, per come si sta procedendo, l’abbassamento della soglia di punibilità ovvero l’adozione di concetti ampi, elastici ed eccessivamente blandi, non fa altro che incoraggiare i consumatori ad acquistare o, magari, ad acquistare per poi rivendere….così il risparmio è anche ripagato.

Dott.ssa Paola Perinu
BLB - Benedetti Lorusso Benedetti Studio Legale
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