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Impatti geopolitici potenziali su Made in Italy e contraffazione: TTIP, UE post –Brexit, caso Turchia, ecc.

30 settembre 2016

Può sembrare eccessivo pensare di potere esaminare possibili modalità di impatto economico complessivo, sulla realtà produttiva dei settori più sensibili al Made In, di eventi così diversi tra loro, e anche con evoluzione temporalmente indefinita. Il fatto è che si connotano tutti, oggi, per una comune caratteristica: l’empasse creatosi in relazione a decisioni di investimento e consumi, tanto in Italia che nei mercati esteri rilevanti a tal fine: altri paesi UE, nonchè Turchia. (N1)

TTIP. Il negoziato, con un impatto macroeconomico stimato positivo e sostenibile, anche tenendo conto degli “effetti deleterei della maggiore concorrenza”, appare di quanto mai difficile conclusione entro l’anno. Le incognite che pesano sul suo buon esito discendono non solo dalle ben note controversie e differenti punti di vista tra i due blocchi negoziali, come quelle delle soluzioni arbitrali in caso di controversie tra governi e imprese; ma anche dall’alea generata dall’approssimarsi di elezioni sulle due sponde dell’Atlantico, dall’atteggiamento genericamente protezionistico del candidato Trump, dai condizionamenti di natura negoziale inevitabilmente ascrivibili  alla politica commerciale che la nuova compagine governativa UK  vorrà esprimere. Inoltre si dovrà conto del diverso peso relativo dei flussi commerciali UE-USA nel dopo Brexit, dato che il Regno Unito assorbe circa il 25% dell’export americano verso l’Europa.  

Per focalizzarci meglio su aspetti che riguardano l’agroalimentare, basti pensare alle forti obiezioni della Francia all’arrivo dei latticini di origine USA, ed all’ inevitabile effetto concorrenziale sulla produzione del latte, il cui prezzo è nel frattempo molto sceso.

Come noto, la Commissione UE ha reso pubblica la lista delle 200 “eccellenze” produttive del settore agroalimentare UE che intende tutelare sotto il profilo della difesa della denominazione. Di queste 42 sono quelle relative a prodotti italiani: dall’aceto balsamico di Modena, all’arancia rossa di Sicilia, al lardo di Colonnata, al culatello di Zibello, ecc, ecc.  

Per quanto riguarda i vini, in particolare, gli accordi negoziali ad oggi presi sembrano concordi sul punto relativo al divieto, per i produttori USA, di  usare le 17 denominazioni vinicole comunitarie, cosiddetti “semi-generici” (si veda al riguardo l’Allegato II dell’Accordo UE-USA sul commercio del vino), tra le quali figurano: Marsala, Chianti, Tokay, Champagne e altre 13 denominazioni.

Di veramente incoraggiante, nella ripresa del negoziato, vi è solo la notizia che, per la prima volta in un accordo commerciale UE, un capitolo sarà interamente dedicato alle PMI.

Ma alcune dolenti note sono state sollevate di recente da un team europeo di specialisti di diritto comunitario, che mettono in dubbio di potere tutelare gli standard alimentari europei con la firma del TTIP, ma anche del CETA (accordo con il Canada). E ciò a motivo del mancato inserimento, nei testi dei trattati, della nozione giuridica fondamentale inerente il principio di precauzione, probabilmente interpretabile sulla base delle controverse  implicazioni economico-commerciali di tale nozione in ambito WTO, ma il cui inserimento ci avrebbe sicuramente più tutelati dal rischio di importare carne agli ormoni.  

In conclusione ci permettiamo di sottolineare che, in attesa dei tempi molto lunghi che tale negoziato comporterà per la sua conclusione (se ci sarà, visto che neppure i due candidati alla prossima presidenza USA non ne sembrano entusiati), è bene che il nostro governo corrobori nel frattempo le valide iniziative di sostegno iniziate a favore del Made in Italy agroalimentare, con gli accordi con la GDO, l’incoming dei buyer in Italia, le fiere ed eventi, i progetti di comunicazione  di contrasto all’Italian sounding.

Con riferimento, poi, ai settori relativi ai prodotti: abbigliamento, moda ed accessori, ed ogni altro nel quale assume comunque rilevanza – anche a fini anticontraffattivi - la notorietà del brand Made in Italy  o dell’azienda italiana produttrice, ci auguriamo che le definizioni di “origine” di un prodotto che saranno concordate non ne riducano l’attuale  forte pregnanza anche in termini di MKT.


Post-BREXIT.

Le prevedibili implicazioni direttamente impattanti sui settori in parola discendono dall’esito dei nuovi assetti regolamentari che governeranno registrazione e tutela dei diritti di proprietà industriale ed intellettuale. Nella misura in cui ne possono conseguire mantenimento o perdita della validità degli stessi sul mercato UK. Si tratta, naturalmente, di un problematica di grossa portata che coinvolge – anche considerando le controversie in corso – la gestione legale ed operativa di brevetti, marchi e design. Che ne sarà, ad esempio, del brevetto UE, quello finalizzato a consentire la protezione unitaria delle invenzioni nei 26 paesi che hanno aderito alla cosiddetta “cooperazione rafforzata”, evitando di dover ottenere il previo riconoscimento nazionale dell’invenzione?

La tracciabilità dei prodotti dovrebbe invece avvantaggiarsi dell’uscita della UK, in quanto la Gran Bretagna si è sinora opposta alla proposta della UE di introduzione della tracciabilità obbligatoria per i prodotti (esclusi alimentari e farmaceutici) in circolazione nel mercato UE. (N2)

Se, invece, ci si focalizza sulle implicazioni indirettamente impattanti sui settori in parola, così come sui restanti comparti economici, non si può non fare riferimento alle nuove norme con le quali potranno essere sostituite/modificate/mantenute le Direttive UE inerenti gli ambiti: economico/doganale, fiscale e finanziario. Entro quale nuovo range sarà fatto fluttuare il nuovo tasso di cambio Euro-Sterlina?  E l’esenzione dai dazi doganali, sarà mantenuta nel nuovo accordo  UE-UK? (Stando a quanto sostenuto da Hollande nei mesi scorsi, la Gran Bretagna non potrà neppure pensare di avere libero accesso al mercato UE nell’ipotesi intenda applicare il controllo all’immigrazione a cittadini della UE).

Per non parlare degli oneri aggiuntivi, per gli esportatori/importatori,  connessi al fatto di non potersi più avvalere del regime dell’IVA Europea e, quindi, con applicazione dell’IVA per le importazioni. Tale aspetto potrebbe impattare anche sulla stipula dei nuovi contratti delle nostre esportazioni (tra i quali primeggiano macchinari e chimica), ma anche sugli stessi contratti di distribuzione commerciale. Ed a questo riguardo assumerebbe potenziale interesse anche  un eventuale accordo “opportunistico” che la UK dovesse firmasse con gli USA, diverso dal TTIP.

Stando a quanto sostenuto da emeriti fiscalisti, se l’uscita dalla UE avverrà con la sottoscrizioni di accordi contro la doppia imposizione fiscale, il risultato in termini di prelievo risulterebbe peggiore rispetto allo status attuale, regolato dalle  direttive europee su dividendi, interessi e royalties. Basti pensare, a questo proposito, al decadere della validità della Direttiva 2014/86, quella che elimina la doppia imposizione sui dividendi distribuiti dalle società “figlie” di uno Stato membro, alle soc. “madri” stabilite in un altro Stato membro, con inevitabili implicazioni sulle politiche di transfer pricing. E, parlando di royalties, basti penasi alle potenziali implicazioni per i contratti di licensing o di  franchising.

Inoltre, chi investisse in obbligazioni emesse da veicoli esteri e quotate sui mercati inglesi non potrebbe più beneficiare della ritenuta ridotta: 5%, come prevista dal DPR 600/73. In ogni caso l’UK non può pensare di mitigare gli effetti di tale perdita di status, sul piano istituzionale, con una politica fiscale ispirata a quella di Stati con regimi privilegiati. Questa affermazione si richiama alle intenzioni del nuovo governo di abbassare al 15% il carico fiscale sulle imprese. Su questo punto, però,  dovrebbe essere la UE a puntare i piedi,  anche perché il 12 luglio scorso l’UK aveva approvato una direttiva UE (Direttiva anti-BEPS), che prevede proprio misure di contrasto a regimi fiscali di favore.  Senza considerare che  la Gran Bretagna potrà in futuro liberamente  gareggiare (se non sostituirsi) all’Irlanda nella competizione fiscale tra stati.

L’incertezza sovrana che già si respira a motivo delle incognite nei percorsi di nuova partnership con la UE è comunque tale che, oltre che ad impattare negativamente sul tasso di crescita del Pil europeo, ha creato livelli di volatilità estremi nei mercati borsistici. Mentre è noto che la volatilità sui mercati finanziari, se non attutita con riforme strutturali di contenimento della stessa all’interno della UE, e con appositi interventi della BCE, finisce per riflettersi anche sull’economia reale, in particolare di quella dei paesi più deboli della UE.

Infine merita tener conto dell’atteggiamento della Norvegia. Secondo Elizabeth Vik Aspaker, ministro per gli affari Europei del Paese scandinavo non sarebbe una buona idea che la Gran Bretagna adottasse il Trattato commerciale EFTA  in vigore tra Norvegia e UE . In quanto l’entrata di una  nazione  grande come la UK ne muterebbe gli equilibri costituiti, oltre a comportare probabilmente una lunga fase di nuove rinegoziazioni di tale trattato. E, sul piano  giuridico, un  eventuale  veto norvegese  potrebbe  far  saltare   la possibile  richiesta adesione  del  Regno Unito all’ Efta,  visto  che deve  essere  accettata  con l’unanimità  dei membri.

 
Turchia  Gli impatti di natura geopolitica scaturibili dal tentato putsh saranno più importanti di quanto si possa immaginare. Ciò in quanto riflettono la rottura della condivisione degli interessi strategici con l’occidente e con gli USA, in particolare per quanto concerne la mission cui la Turchia si era vocata, quella di divenire il Paese leader del mondo musulmano in chiave geoeconomica e  in funzione anti-Assad e anti-Iran. Poi, a cambiare i dati strategici,  hanno concorso: le intese con Teheran sul nucleare, l'intervento militare della Russia, l’appoggio sia degli Usa che della Russia ai curdi siriani in chiave anti-Isis, il riavvicinamento di Erdogan con Putin,  il sentirsi “tradito” dagli Usa.

Gli effetti di instabilità macroeconomica della Turchia, anche a seguito della repressione politica in atto, possono impattare, nel brevissimo-breve periodo sul costo dei finanziamenti e dell’assicurazione dell’export, sul tasso di interesse di titoli denominati in Lira turca, nonché - in termini di effetto negativo della svalutazione - sulle nostre esportazioni. Mentre, nel medio periodo,i rischi legati all’instabilità  potrebbero generare revisione o addirittura uno stop dei progetti  attinenti il comparto delle JV produttive locali e della  fashionation in particolare.

Ma non potrebbe neanche escludersi uno scenario nel quale  addirittura l’establishment della UE possa subire effetti di condizionamento in caso di utilizzo strumentale delle opzioni politiche ora disponibili alla Turchia.  Ed in particolare qualora il negoziato per il suo ingresso nella UE  dovesse risultare sempre più dipendente/vincolato alle condizioni di parte turca circa il  contenimento/gestione dei rifugiati siriani, od alle implicazioni degli  eventuali accordi in corso di definizione con la Russia. In considerazione del fatto che la Turchia non può che considerarsi un convitato di pietra sia per la diplomazia UE che per quella Russia e statunitense, della sua posizione geografica strategica e l’insostituibile ruolo geopolitico che può svolgere.

 

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(N1) E’ bene ricordare in proposito che le oscillazioni borsistiche non possono recepire se non istantaneamente e nel brevissimo periodo gli effetti di un fenomeno come quello della Brexit, dato che gli effetti macroeconomici dell’empasse – necessariamente diluiti nel medio-termine, si potranno registrare solo dopo anni.

(N2) Merita segnalare, per quanto concerne il comparto agroalimentare, che risulterebbe invece più difficile limitare od impedire alla Gran Bretagna di avvalersi nel suo territorio nazionale delle etichette semaforiche (o semafori nutrizionali) su taluni prodotti alimentari importati, che nascostamente riflettono obiettivi  a valenza  protezionistica dei prodotti britannici.