Cultura, industria 4.0 e manifattura intelligente dell'Italian Soul (prima parte)

12 dicembre 2016

Prima parte: l’elemento culturale parte integrante della qualità percepita


La Decima Commissione Permanente della Camera dei Deputati - Attività Produttive, Commercio e Turismo - nella seduta del 30 giugno 2016 ha approvato, a conclusione dell’attività deliberata in data 2 febbraio 2016, un documento denominato “Indagine conoscitiva su Industria 4.0: quale modello applicare al tessuto imprenditoriale italiano. Strumenti per favorire la digitalizzazione delle filiere industriali nazionali ”.

Si tratta di un elaborato estremamente interessante, nell’ambito del quale l’organismo parlamentare ha approfondito diversi aspetti riguardanti la sfida di Industria 4.0. Per fornire una adeguata definizione dell’argomento in oggetto, riportiamo pedissequamente quanto si legge nel documento:

Con il concetto di “Industria 4.0” si intende oggi un paradigma industriale emergente, che determinerà una rivoluzione industriale paragonabile a quelle che si sono succedute negli ultimi tre secoli. Nel caso della “quarta rivoluzione industriale” non si ha una singola e rivoluzionaria tecnologia abilitante (es. il vapore o l’elettrificazione) ma, piuttosto, un insieme di tecnologie abilitanti che vengono ad aggregarsi grazie ad internet in modo sistemico in nuovi paradigmi produttivi. Questi paradigmi sottenderanno innovazioni di natura assai diversa, anche a seconda del settore: di processo, organizzative, di prodotto, e di modello di business. Pertanto stiamo parlando di una rivoluzione in divenire.

Industria 4.0 è il termine che più frequentemente di altri (smart manufactoring, industria del futuro, industria digitale, manifattura avanzata, industria intelligente, etc…) viene utilizzato per indicare una serie di rapide trasformazioni tecnologiche nella progettazione, produzione e distribuzione di sistemi e prodotti. In particolare, descrive l’organizzazione di processi produttivi basati sulla tecnologia e su dispositivi che comunicano tra di loro ”.

E’ stato anche scritto, più sinteticamente, che “ con il termine “Industria 4.0” si indica il sistema industriale trasformato dal digitale. Un ecosistema di fabbriche, macchine e oggetti intelligenti, capaci di dialogare tra loro, ma anche con l’ambiente e con il consumatore ” (AA.VV., La fabbrica digitale, Il Sole 24 Ore, Nova, 7/2016).

La proposta articolata dalla Commissione, per una strategia che consenta alle imprese italiane di cogliere in pieno le opportunità offerte da questa nuova dimensione industriale, si basa su cinque “pilastri” portanti: i) “una governance per il sistema Paese”; ii) “la realizzazione delle infrastrutture abilitanti”; iii) “una formazione mirata alle competenze digitali”; iv) il “ rafforzamento della ricerca”, sia in ambito universitario sia in ambito internazionale; v) “l’open innovation”.

Questi elementi cardine ci sembrano individuati in modo del tutto corretto ed ognuno di essi, nella sua importanza, risulta meritevole di specifici approfondimenti.

In questo scritto, tuttavia, vogliamo concentrare la nostra attenzione su un ulteriore profilo, non inserito tra i “pilastri” della proposta, ma delineato dal Presidente On.le Guglielmo Epifani e dal Relatore On.le Lorenzo Basso in data 6 luglio 2016, in occasione della conferenza di presentazione del documento presso la Camera dei Deputati.

Si è ben detto in quella occasione, infatti, che “la via italiana all’Industria 4.0” deve necessariamente puntare anche sulla Cultura (Nicoletta Picchio, Industria 4.0 chiave della crescita, Il Sole 24 Ore, 7 luglio 2016). Questo concetto, a nostro avviso, risulta pienamente condivisibile e riveste un’importanza assolutamente centrale. L’Industria 4.0 rappresenta un fenomeno di portata planetaria e tutte le economie del mondo si stanno organizzando per trarne il massimo dei benefici, nonchè per competere vittoriosamente con i sistemi concorrenti; i cinque pilastri indicati dalla Commissione costituiscono di certo gli elementi sui quali dovrà per forza di cose poggiare la nostra industria del futuro (anche se sarebbe meglio dire, ormai, del presente), se vuole restare nel campo di questa competizione.

Essi, tuttavia, sono sostanzialmente comuni a tutte le economie del mondo occidentale e, se da un lato – ribadiamo - si pongono come presupposti indispensabili per le nostre imprese, dall’altro lato non valgono a caratterizzare in modo qualificante ed originale il sistema produttivo italiano rispetto a quello degli altri Paesi. Le nostre aziende, come attestato da più fonti, nel competere sui vari mercati trovano in genere – con qualche ovvia distinzione da settore a settore – un vantaggioso elemento distintivo nella propria Italianità, che apporta alle loro produzioni un valore aggiunto ed un vantaggio concorrenziale.

Ora, un problema che si pone da tempo è quello di comprendere in cosa consista e dove risieda il nucleo più profondo di questo Made in Italy, concetto che personalmente preferiamo indicare con il termine di Italian Soul (Alberto Improda, Italian Soul, Mincione Edizioni, 2015). Le tesi sull’argomento sono diverse; la nostra opinione è che il vero cuore del Made in Italy, la cifra di fondo dell’Italian Soul, sia la Cultura del nostro Paese, nella sua accezione più ampia e comprensiva.

Al riguardo, siamo soliti citare le parole di un intelligente studioso: “ Perché nonostante tutto il nostro brand va fortissimo? E di cosa è fatto questo brand? Vi sembrerà strano ma la parola che lo riassume è una sola: Cultura” (Armando Massarenti, in Manifesto della Cultura, 2012).

E’ la Cultura italiana, dunque, che riversa sulle produzioni delle nostre imprese un’aura di unicità e originalità, tale da incidere positivamente – in modo più o meno significativo – sulla loro competitività.

Riteniamo del tutto condivisibile l’opinione autorevolmente espressa dallo stesso Presidente della Commissione, On.le Guglielmo Epifani, in base alla quale “l’Industria 4.0 rappresenta il fulcro del rilancio competitivo italiano” e l’Italia “ vedrà crescere i propri spazi di mercato solo con rilevanti investimenti nella creazione della conoscenza, con il coinvolgimento del capitale umano in istruzione, formazione e ricerca, in un contesto di nuova efficienza amministrativa e gestionale a servizio del bene collettivo e di una equilibrata crescita dell’intero sistema socio-economico” (Guglielmo Epifani, Industria 4.0 sarà un’occasione per l’Italia, NENS, Il campo delle idee, 2016).

Ma la via italiana all’Industria 4.0 sarà in grado di distinguersi ed affermarsi nel panorama internazionale soltanto se sapremo giungere ad una virtuosa combinazione degli imprescindibili requisiti tecnici con gli irripetibili contenuti culturali che contraddistinguono il nostro Paese. La Cultura, insomma, deve rappresentare quel quid pluris, quell’elemento qualificante che renda in ogni sede la nostra proposta imprenditoriale originale ed immediatamente riconoscibile.

Accanto all’Industria 4.0, conseguentemente, bisognerà che si sviluppi una Cultura 4.0, in linea con le esigenze e con le particolarità della società contemporanea. Questo concetto, come pare ovvio, non può restare una mera affermazione di principio: esso deve tradursi in iniziative ed applicazioni concrete, in grado di incidere in modo effettivo sull’attività e sulla produzione delle nostre imprese.

Delineare le caratteristiche di una Cultura 4.0 rappresenta naturalmente uno sforzo di enorme rilievo, la cui portata di certo travalica la natura e le finalità del presente scritto. Qui, tuttavia, possiamo senz’altro avviare un ragionamento sul tema, indicando alcune linee programmatiche ed accennando a qualche esempio pilota.

Alcuni concetti, intorno ai quali possiamo iniziare a fare qualche riflessione, sono: la Qualità Estrinseca, il Fattore Territorio, la Cultura Umanistica e le Digital Humanities.

Una primo ragionamento può prendere le mosse dai rapporti intercorrenti tra la Cultura e la Comunicazione, con particolare riferimento al Marketing.

Le produzioni industriali, nelle odierne dinamiche concorrenziali, per riuscire ad affermarsi sui mercati devono fare leva tanto sulla loroQualità Intrinseca, vale a dire sulle oggettive caratteristiche tecniche dei beni oggetto dell’offerta, quanto sulla loro Qualità Estrinseca, vale a dire sulla percezione che di questi beni ha la platea della domanda. In altri termini, affinchè le imprese italiane possano affrontare con successo la concorrenza globalizzata, non è sufficiente che esse realizzino prodotti e servizi intrinsecamente di alta qualità, ma è necessario che detti prodotti e servizi siano anche dai mercati percepiti come tali.

Le tematiche più strettamente industriali, dunque, oggi vivono in una connessione eccezionalmente diretta con le dinamiche del marketing, dalla natura maggiormente organica e funzionale rispetto a quanto avveniva in passato. I più avanzati orientamenti in tema di marketing, come noto, concentrano la propria attenzione – con accenti diversi, a seconda delle opinioni - sulla sfera dell’esperienza ovvero sul mondo dei valori della parte ricettizia; le politiche di marketing più moderne, in un modo o nell’altro, mirano quindi all’instaurarsi di un vero rapporto personale con il consumatore, di carattere particolarmente intimo e profondo.

Al fine di raggiungere questo obiettivo, la tecnica di comunicazione attualmente più diffusa e accreditata è quella dello storytelling: i beni parlano, hanno una personalità, raccontano storie, esprimono concetti, rappresentano ideali. Le aziende produttrici, pertanto, diventano portatrici di una identità e di una cultura, che deve entrare in sintonia con l’identità e con la cultura dei suoi interlocutori.

La Qualità Estrinseca delle produzioni industriali, insomma, ha molto a che fare con il contesto culturale al quale esse ineriscono, del quale sono co-artefici e con cui devono sintonizzarsi. E la Cultura, dunque, si pone al tempo stesso come causa e come effetto delle produzioni caratteristiche dell’economia contemporanea.

Una diretta conseguenza di questi concetti è che argomenti come quelli riguardanti – ad esempio - il Marchio o il Diritto d’Autore non possono essere considerati estranei al tema in esame, ma – al contrario – rientrano a pieno titolo tra gli elementi ai quali fare riferimento per costruire la via italiana a Industria 4.0.

Così, restando sul punto, risulta pienamente condivisibile la posizione assunta dal nostro Governo, malgrado le reprimende giunteci dall’OCSE, in merito all’inclusione del Brand e del Know-How nell’ambito del regime agevolativo del Patent Box, quali beni intangibili imprescindibili nel patrimonio immateriale delle aziende moderne, e strumenti particolarmente in linea con i dettami dell’Economia della Conoscenza (Alberto Improda, Il patent box tra OCSE e Italia, NENS, Il campo delle idee, 2016).

Alberto Improda
Studio Legale Improda
Avvocati - Associati